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Non è un Paese per donne e giovani e il Mezzogiorno è sempre più alla deriva.

23 Mag

Il Paese dove appena il 20,3% dei figli degli operai è arrivato all’università, contro il 61,9% dei figli delle classi agiate, della generazione nata negli anni ’80. Dove il 30% dei figli degli operai abbandona le scuole superiori contro appena il 6,7% dei figli di dirigenti, imprenditori, liberi professionisti. Perché in Italia la selezione comincia dai banchi di scuola, e non si tratta di una selezione naturale: l’ascensore sociale è bloccato da lungo tempo, dagli anni ’60, rileva il Rapporto Annuale Istat.

Ma è soprattutto ora, con la crisi, che le disuguaglianze si sono ampliate a livelli insopportabili per un Paese civile. Un Paese civile le colma attraverso la scuola e i servizi sociali. In Italia la scuola prende atto della disuguaglianza appena si conclude il ciclo obbligatorio, e i servizi sociali aumentano a dismisura le disparità tra Nord e Sud, uomini e donne, garantiti e atipici, giovani e anziani.

Classi sociali ghetto. Che l’ascensore sociale si fosse bloccato da oltre 50 anni non ce ne siamo accorti inizialmente per via dei cambiamenti nella struttura dell’occupazione che, a partire dal dopoguerra, ricorda l’Istat, hanno interessato in misura massiccia il settore agricolo, che si è via via ridimensionato a favore degli altri settori produttivi. E così “si sono spostati 9 figli di operai agricoli e poco meno di nove figli dei coltivatori diretti e piccoli proprietari terrieri su 10″, e “la quota degli operai agricoli sul totale degli occupati si è ridotta considerevolmente, passando dal 7,7 per cento all’1,6 per cento”.

Però, al netto di questo movimento, “la classe sociale di origine influisce in misura rilevante sul risultato finale, determinando rilevanti disuguaglianze nelle opportunità offerte agli individui: al netto degli effetti strutturali, tutte le classi (in particolare quelle poste agli estremi della scala sociale) tendono a trattenere al loro interno buona parte dei propri figli e i cambiamenti di classe sono tanto meno frequenti quanto più grande è la distanza che le separa”.

Il contributo del fisco alla disuguaglianza. Il fisco, rileva l’Istat, dovrebbe avere un effetto redistributivo. E in effetti le detrazioni Irpef pari a 1.230 euro in media per i contribuenti a basso reddito si riducono a 720 euro per chi ha un reddito tra i 28.000 e i 55.000 euro per poi annullarsi, e anche le detrazioni per i familiari a carico vanno a vantaggio dei redditi più bassi. Però “gli abbattimenti e le deduzioni dell’imponibile, invece, favoriscono particolarmente le famiglie ad alto reddito e riducono la progressitività”. Infatti sono massime (circa 5.700 euro) per i contribuenti che dichiarano più di 75.000 euro e minime (880 euro) per chi dichiara meno di 15.000 euro. Per gli incapienti (coloro che non arrivano al reddito minimo tassabile) non è previsto alcun beneficio. Inoltre le detrazioni favoriscono le famiglie con due o più percettori di reddito, contro quelle in cui a lavorare è solo uno.

Le donne, sempre più escluse. Nei Paesi scandinavi le coppie in cui la donna non percepisce un reddito da lavoro sono meno del 4%, in Francia il 10,9%, in Spagna il 22,8%, nella Ue27 il 19,8%. In Italia il 33,7% delle donne tra i 25 e i 54 anni non percepisce alcun reddito, dato che ci fa precipitare in fondo alla classifica europea per il contributo della donna ai redditi della donna. Come vivono queste donne a carico dei mariti? L’Istat ce ne riporta un ritratto di sapore medievale, che vale la pena di riportare per intero.

L’angelo del focolare. “Nelle coppie in cui la donna non lavora (30% del totale) è più alta la frequenza dei casi in cui lei non ha accesso al conto corrente (47,1% contro il 28,6% degli uomini); non è libera di spendere per sé stessa (28,3%), non condivide le decisioni importanti con il partner (circa il 20%); non è titolare dell’abitazione di proprietà”. Inoltre le moglie separate o divorziate sono più esposte al rischio di povertà a fronte dei mariti nella stessa situazione: 24% contro 15,3%.

Gli atipici, i paria del mondo del lavoro. I dati Istat sulle disuguaglianze a sfavore dei lavoratori atipici dovrebbero far riflettere chi esalta i pregi della flessibilità. Il peso degli occupati atipici (cioè dipendenti a tempo determinato, collaboratori o prestatori d’opera occasionali) sul totale degli occupati è in aumento, tanto che è entrato nel mondo del lavoro da atipico il 31,1% dei nati negli anni ’70, ma il 44,6% dei nati dagli anni ’80 in poi. Non sempre quest’ingresso dà l’accesso a un’occupazione stabile. Anche qui, la classe sociale di provenienza gioca pesantemente il suo ruolo: “Il passaggio a lavori standard è più facile per gli appartenenti alla classe sociale più alta, mentre chi ha iniziato come operaio in un lavoro atipico, dopo dieci anni, nel 29,7% dei casi è ancora precario e nell’11,6% ha perso il lavoro”.

Mezzogiorno: la débâcle dei servizi sociali. Nel Mezzogiorno va peggio per tutti: per gli operai, per i giovani, per le donne. Ma quello che colpisce è il viaggio che l’Istat ha compiuto nei servizi sociali. I servizi sociali, proprio come la scuola, dovrebbero attuare il secondo comma dell’articolo 3 della Costituzione: mettere i cittadini svantaggiati nelle medesime condizioni di partenza di quelli privilegiati.

E invece là dove l’economia è depressa, e dove è più importante il ruolo dei servizi sociali pubblici, si spende meno e male. Qualche dato: nel 2010 il Servizio sanitario nazionale ha speso 1833 euro pro capite, che vanno dai 2.191 della provincia di Bolzano ai 1.690 della Sicilia. Le strutture residenziali per anziani offrono in media 37 posti letto ogni 1000 anziani residenti nel Nord, e appena 10 al Sud. I livelli più alti di soddisfazione per i servizi ospedalieri si riscontrano in Piemonte, Valle d’Aosta, Trento, Veneto, Emilia Romagna e Toscana, i più bassi in Campania e Sicilia.

La spesa sociale nel 2009 in seguito alla crisi è diminuita dell’1,5% nel Mezzogiorno, ma è aumetnata del 6% nel Nord-Est, del 4,2% nel Nord-Ovest e del 5% al Centro. Per i servizi sociali i comuni calabresi spendono 26 euro a persona, quelli della Provincia Autonoma di Trento 295 euro. Per i disabili i comuni del Sud spendono otto volte meno di quelli del Nord. I nidi pubblici sono presenti nel 78% dei Comuni del Nord-Est ma nel 21% di quelli del Sud.

di Rosaria Amato

Non è un Paese per donne e giovani e il Mezzogiorno è sempre più alla deriva | Adico.

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Pubblicato da su 23 maggio 2012 in Notizie & Politica

 

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