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Archivio mensile:luglio 2012

Bravo Zedda! Sui Rom a Cagliari avanti così: incurante dell’ipocrisia della destra e dell’Unione Sarda che soffia sul fuoco « vitobiolchini.


Ha fatto bene il sindaco di Cagliari Massimo Zedda ad affrontare con decisione il caso Rom. Ha fatto bene a non tollerare più lo scandalo del campo nomadi sulla 554, un letamaio disumano divenuto tale grazie agli ingenti fondi sperperati dal centrodestra, soldi letteralmente buttati via (solo negli ultimi quattro anni un milione e 700 mila euro!) sui quali ora sarebbe opportuno fare chiarezza.

Quel campo era una vergogna per la città e andava immediatamente chiuso. Il prossimo 2 luglio lì non ci abiterà più nessuno e sarà una data da ricordare per Cagliari, che in questo modo recupererà un po’ di quella dignità persa negli anni di Delogu e Floris.

La chiusura del campo la chiedevano tutti: innanzitutto i Rom (che certo non amano vivere in quelle condizioni, e che sono stati abbandonati dall’amministrazione), poi gli abitanti di Mulinu Becciu (per anni costretti a subire le esalazioni tossiche dei roghi notturni, accesi dai nomadi per recuperare qualche lira, ma soprattutto funzionali a tante imprese che così evitavano di smaltire i loro rifiuti nella maniera più corretta), infine quella parte di società cittadina che non tollerava più di vedere un campo in cui vivere era ormai disumano: io ci sono stato e so di cosa parlo.

Per lunghi anni il centrodestra ha fatto finta di niente, l’amministrazione Zedda no. Ed è quello che ci si attende da un Comune serio: affrontare i problemi e non scansarli.

Quale sarà ora l’alternativa al campo sulla 554 lo si capirà col tempo. Una parte della comunità Rom chiede di avere un altro terreno dove vivere in maniera comunitaria e afferma di non gradire la sistemazione in appartamenti privati, benché abbia apprezzato pubblicamente l’impegno dell’amministrazione Zedda.

La soluzione si troverà, questo è certo, così come è avvenuto in tante città italiane e europee. E anche con il contributo della Regione che, grazie all’apporto dell’assessore Simona De Francisci, sta responsabilmente appoggiando la linea del Comune di Cagliari.

Il centrodestra cittadino, come sempre avviene in questi casi, invece dà il peggio di sé. Il senatore del Pdl ed ex sindaco Mariano Delogu oggi sull’Unione Sarda afferma che “è singolare dare la case ai rom piuttosto che ai cagliaritani”: come se i rom non fossero cagliaritani e come se invece lui le case ai cagliaritani in difficoltà le avesse date veramente. Ma come? Quando? Delogu afferma di non essere razzista. È vero, perché la sua è solamente ipocrisia allo stato puro.

Ed è irresponsabile il soffiare sul fuoco dell’Unione Sarda. “Resta da capire come i cagliaritani che ogni giorno lottano per pagare l’affitto di casa reagiranno a questa situazione”, scriveva ieri il quotidiano, quasi fomentando lo scontro sociale.

La situazione è delicata, ma basta spiegare bene le cose e soprattutto con onestà intellettuale, che la gente le capisce. I 579 mila euro stanziati per questa operazione arrivano da una legge regionale nata nel 1989, sull’onda emotiva della morte di una neonata nella bidonville di via San Paolo, a Cagliari. Quei soldi sono dunque dei nomadi e solo loro. Non possono essere usati per altri scopi. Ma questo ovviamente qualcuno si guarda bene dal dirlo.

E stia tranquilla l’Unione Sarda che il sindaco Zedda le case popolari per i “i cagliaritani che ogni giorno lottano per pagare l’affitto” le farà veramente. Non come i suoi predecessori Delogu e Floris che hanno fatto costruire solo orrendi palazzoni da seimila euro a metro quadro e che ovviamente in pochi, mi dicono, stanno acquistando. Ta lastima.

viaBravo Zedda! Sui Rom a Cagliari avanti così: incurante dell’ipocrisia della destra e dell’Unione Sarda che soffia sul fuoco « vitobiolchini.

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Pubblicato da su 21 luglio 2012 in Notizie & Politica

 

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Ecco le acque minerali vietate ai minori.


L’acqua in bottiglia, non sempre a ragione, continua a essere considerata più salubre di quella dei rubinetti italiani. Addirittura consigliata alle mamme per la preparazione del latte dei neonati e per dissetare i bambini. È proprio pensando ai più piccoli che il Salvagente ha fatto analizzare 27 marche di minerali alla ricerca di sostanze, pericolose soprattutto per i bambini, che però le aziende non hanno l’obbligo di riportare in etichetta. Un silenzio che pesa visto che, per esempio, la concentrazione di nitrati e fluoro può dire se una determinata acqua è adatta o meno ai piccoli. Un eccesso di arsenico, invece, rende la minerale pericolosa per tutti. È sulla base della presenza di queste tre sostanze il settimanale ha valutato le acque contrassegnando quelle che vanno bene per i bambini, quelle che andrebbero evitate e quelle assolutamente vietate.

I risultati

Dalle analisi, realizzate dal Laboratorio di controllo di qualità e sicurezza di alimenti e nutraceutici della facoltà di Farmacia dell’Università Federico II di Napoli guidato da Alberto Ritieni, emerge innanzitutto un fuori legge (anche se di un soffio): in uno dei campioni di una nota acqua romana la concentrazione di arsenico supera di poco il tetto massimo consentito di 10 microgrammi/litro (11 nel test). E questo nonostante il dato ufficiale “dichiari” 9 mg/l.

“I parametri possono oscillare”

Spiega al Salvagente Giorgio Temporelli, esperto di acque a destinazione alimentare: “L’oscillazione di alcuni parametri è del tutto naturale e le analisi fotografano la situazione in un determinato momento, non la fissano per sempre. Del resto la legge per le minerali che non consente trattamenti di disinfezione alla fonte (come accade per esempio per gli acquedotti) né l’utilizzo di tecniche che modifichino profondamente le caratteristiche dell’acqua, ammette tuttavia la separazione di tutti gli elementi cosiddetti instabili, come l’arsenico, il ferro e il manganese. Quelli che precipitano a seguito di ossidazione a contatto con ossigeno o ozono”. In questo caso però il trattamento andrebbe indicato in etichetta ed è logico che le aziende non lo considerino un fattore di grande appeal.

Attenzione ai nitrati

Arsenico a parte, altre tre acque sono da evitare per i bambini. A penalizzarle è l’alta concentrazione di nitrati, superiore al limite che la legge fissa per l’infanzia pari a 10 mg/l. Peccato che, a meno di essere mamme molto informate o esperte di nitrati, è impossibile sapere che queste bottiglie sono da tenere lontane dai bicchieri dei figli: le etichette non danno alcuna indicazione a riguardo, né la legge glielo impone.

Vista la pericolosità dei nitrati che nei bambini possono causare la mataemoglobinemia (una patologia che rende scarso il trasporto di ossigeno nel sangue), seguendo il principio di precauzione abbiamo penalizzato tutte quelle bottiglie con una concentrazione superiore a 5 mg/l. Questo era il valore guida per l’infanzia fissato in un vecchio decreto sulle acque potabili (236/88).

Limiti inadeguati

Così il professor Ritieni: “Nella normativa successiva (la 31/2001) è scomparso il valore guida per i neonati ed è rimasto solo il limite massimo per tutti a 50 mg/l. Per le minerali la legge del 2003 fissa il tetto di 10 avendo il legislatore considerato che il consumo di questo tipo di acqua non è né frequente né quotidiano”. Una considerazione, alla prova dei fatti, errata.

La scheda: arsenico, nitrati e fluoro

14 acque adatte a neonati e bambini, 9 preferibilmente da evitare, 4 assolutamente da non consumare. Questo il risultato del test che il settimanale il Salvagente pubblica nel numero di giovedì 28 giugno che ha sottoposto ad analisi 27 acque, misurandone i valori di arsenico, nitrati e fluoro. Parametri importanti da valutare prima di decidere se una minerale è adatta ai bambini. Vediamo perché.

Nitrati

Sono composti azotati la cui presenza indica inquinamento delle falde. Queste sostanze sono pericolose per gli adulti, se consumate in elevate quantità, perché danno luogo alla formazione di nitrosammine, agenti provatamente cancerogeni. Il limite di legge per gli adulti è di 45 mg/l. Per i neonati invece il tetto scende a 10 mg/l. È soprattutto per i più piccoli, infatti, che questo composto può essere pericoloso. Nei neonati la trasformazione dei nitrati in nitriti può causare la mataemoglobinemia, malattia che riduce l’ossigeno nei globuli rossi e può portare alla morte del bambino.

Arsenico

Metallo molto pericoloso, è classificato dall’Agenzia internazionale di ricerca sul cancro come cancerogeno di classe 1, ossia certo per l’uomo. Alcuni studi scientifici lo pongono in correlazione con il tumore al polmone, alla vescica, ai reni e alla cute. Inoltre l’esposizione attraverso l’acqua è stata associata al cancro del fegato e del colon. La legge fissa il limite massimo di arsenico nell’acqua (sia minerale che potabile) a 10 microgrammi per litro.

Fluoro

Questo elemento è problematico solo per i bambini. L’eccesso di fluoro può causare fluorosi dentale (macchie bianche sullo smalto dei denti) e scheletrica (indurimento anormale delle ossa). Per questo, le acque che ne contengono più di 1,5 mg/l in etichetta devono recare l’avvertenza. “Non è opportuno il consumo regolare da parte dei lattanti e dei bambini di età inferiore a sette anni”.

Barbara Liverzani
fonte:il salvagente.it

La redazione di Adico ci tiene a precisare che al momento ha voluto divulgare la notizia in oggetto, citando la fonte, perchè ha ritenuto di grande interesse l’articolo.
Anche noi non siamo ancora a conoscenza delle marche, però collegandosi al
link della notizia http://www.ilsalvagente.it/Sezione.jsp?titolo=Ecco+le+acque+minerali+vietate+ai+minori&idSezione=16361 sarà possibile trovarle pubblicate nel dettaglio.

Ringraziamo tutti per l’interesse dimostrato ….

viaEcco le acque minerali vietate ai minori | Adico.

 
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Pubblicato da su 19 luglio 2012 in Notizie & Politica

 

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Ecco le truffe dei contratti porta a porta: “Non ho mai visto e firmato nulla hanno preso la bolletta dalla posta”


Il signor Ottavio lo ha scoperto comunicando la lettura del gas al suo gestore. È stata l’Enel a informarlo che non era più un loro cliente. Nel frattempo era diventato, chissà come, un cliente di Eni. “Non ho mai firmato alcun contratto con Eni, nessuno mi ha mai telefonato per propormi qualcosa. Un paio di mesi fa erano venuti due venditori a casa – ricorda Ottavio – hanno parlato con gli inquilini che ci abitano in affitto che non ricordano di aver firmato nulla. E neanche avrebbero potuto farlo, visto che l’intestatario sono io. Ora ho paura che quei venditori abbiano falsificato la mia firma. E io sono pronto a fare denuncia ai Carabinieri”.

La storia di Massimo Di Pasquale, di Roma, avrebbe potuto ispirare un romanzo di Franz Kafka. Lui, oltre a non aver mai firmato alcun pezzo di carta, non ha neanche ricevuto la visita dei venditori porta a porta. Eppure si è ritrovato con due nuove utenze: sia di luce che di gas. In entrambi i casi il nuovo operatore è Acea. “Ho ricevuto una lettera a casa dall’Eni: c’era scritto che, in virtù della mia disdetta, a partire dal primo novembre 2011 ero passato ad altro operatore gas: Acea libero mercato. E proprio grazie a questa lettera mi sono accorto del doppio raggiro”. Insospettito, il signor Di Pasquale confronta infatti anche le nuove bollette dell’energia elettrica con quelle che ha sempre ricevuto fino a novembre. Sono quasi identiche, cambia solo una piccola dicitura in alto a sinistra. Se prima c’era scritto “servizio di maggior tutela” (il regime tariffario stabilito dall’autorità garante), adesso compaiono due parole: “libero mercato”.

Qualcuno, magari scartando le bollette dalla cassetta della posta per copiare i dati, lo ha imbarcato nel mare magnum del libero mercato con una semplice firma falsa. E a caro prezzo, visto che per il signor Massimo sia le nuove bollette di luce elettrica che quelle del gas sono quasi raddoppiate. Ora si è rivolto all’Aduc, un’altra associazione di consumatori che riceve quotidianamente segnalazioni di questo tipo. Nel frattempo ha presentato in Polizia una denuncia per truffa ed è in guerra con Acea: “Al telefono mi dicono che sono stato io a firmare questi contratti. Ma voglio andare fino in fondo, perché Acea non può dimostrare nulla: io non ho mai chiesto né con una firma, né per e-mail né al telefono, la disdetta. Mi hanno attivato un’utenza che non volevo e oltretutto si sono presi sei mesi di tempo per mandarmi la bolletta di chiusura”.

Nel club dei truffati ci sono anche diversi amministratori di condominio. Per un venditore disonesto sono vittime molto ambite perché gli amministratori hanno potere di firma sui contratti di luce elettrica per l’illuminazione delle aree comuni, come le scale o le cantine. Chi gestisce decine di condomini è ancora più appetibile, perché basta avere accesso alle bollette di tanti gli stabili per realizzare una truffa in grande stile.

Poi ci sono i clienti che firmano davvero, ma non quello che avevano pensato. Nell’istruttoria dell’Antitrust che nel 2010 ha portato a due multe da 65.000 euro verso Italcogim (ora conosciuta come Gdf Suez), l’autorità ha rilevato che le firme erano state apposte “dietro rassicurazione che i documenti non avevano carattere vincolante. Ai consumatori venivano indicati come moduli di richiesta informazioni, contratti non definitivi, richieste di proposte contrattuali, modulistica a fini statistici”. E non solo, pur di farsi aprire la porta c’è chi si spaccia per un operatore Enel, un nome che rassicura soprattutto i clienti più anziani.

Tra le vittime ci sono anche quei consumatori che firmano in piena consapevolezza, ma senza essere stati informati a sufficienza dal venditore. Manuela – il nome è di fantasia – è titolare di un ambulatorio veterinario vicino a Torino. Convinta da un venditore porta a porta ha accettato di cambiare operatore di energia elettrica. Dopo un paio di mesi le hanno staccato la luce. Dopo mille telefonate, ha scoperto che il suo nuovo gestore e la sua banca non erano in convenzione. Il rid bancario non andava in porto, così Manuela è stata trattata alla stregua di un cliente insolvente. “Il venditore che è venuto in ambulatorio non mi ha avvertito di nulla, o per malafede o perché non lo sapeva neanche lui” ci racconta, “intanto ho dovuto mandare via diversi clienti, perché senza luce elettrica non ho potuto fare le radiografie ai loro animali”.

Fonte: inchiesterepubblica.it

 

 
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Pubblicato da su 19 luglio 2012 in Notizie & Politica

 

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Italiani a cinghia stretta…e in Parlamento 4 milioni spesi per agende da ufficio.


I cittadini italiani si devono preparare a mettere mano al già magro portafoglio per affrontare le aliquote dell’IMU e le varie altre gabelle che la crisi economico-finanziaria impone. Nonostante questo, vengono chiesti nuovi sacrifici, che sono sempre più per molti ma non per tutti.

In Parlamento si continua a non badare a spese: le agendine da ufficio con impresso lo stemma della Camera dei Deputati o del Senato, solitamente da regalare come presente natalizio, costituiscono un’importante voce di spesa alla quale, evidentemente, i parlamentari non se la sentono proprio di rinunciare.

Il conto del Senato per le agende da ufficio, reso pubblico nella seduta di ieri, con indubbio coraggio, ammonta a 950mila euro (Iva esclusa) per due anni. Il tutto a seguito di un regolare bando di concorso che vedrà assegnata la commessa alla proposta che comprenderà il preventivo minore, per la produzione di 5.200 agende da tavolo e 16.800 agende tascabili. Ogni senatore potrà avere quindi la disponibilità di 70 agende dei due tipi.

A tutto questo va aggiunto un bando della durata di tre anni (chiuso lo scorso dicembre) per la produzione di agende per la Camera dei Deputati: oltre 3 milioni (sempre Iva esclusa) per la realizzazione di 32.800 agende, ovvero, 52 per ogni deputato, come già detto, in tre anni.

Questo è quanto stanno facendo i nostri politici, evidentemente preoccupati di salvare il Paese dal rischio di collasso economico. Questo coprrisponde in pieno alle svariate assicurazioni di tagli da operare nel comparto politico di governo, che ha come fine la riconquista della fiducia nei confronti dell’elettorato.

In effetti viene quanto meno il dubbio se costituisca davvero un passo nella giusta direzione.

fonte: ogginotizie.it

 

 
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Pubblicato da su 19 luglio 2012 in Notizie & Politica

 

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LA CURIA BARATTA SESSANTA BAMBINI CON LA VENDITA DELLA SCUOLA MATERNA


Adico Associazione Difesa Consumatori riceve e diffonde volentieri il comunicato che sintetizza la protesta dei genitori della materna “Madonna della Salute” di Mestre, di proprietà della Curia, in vista della chiusura della scuola conseguente alla vendita dello stabile che la ospita.

Il commento del presidente di Adico Carlo Garofolini: «Che si tratti di scuole laiche o cattoliche, quando si sottrae un servizio ai cittadini è sempre una brutta notizia. A maggior ragione se non si tratta di una decisione concordata, così come emerge dalle parole del comitato dei genitori dei 60 bambini che frequentano la “Madonna della Salute”. Massima solidarietà a loro, che dovranno trovare una nuova sistemazione per i figli, così come al personale docente e ausiliario che pagherà questa scelta con la perdita del posto di lavoro, vera e propria tragedia in questo momento di crisi dove gli interessi economici sembrano sempre prevalere sui diritti dei cittadini più deboli».

I genitori dei bambini iscritti alla scuola materna Madonna della Salute di Mestre intendono manifestare tutto il loro disappunto per l’imminente chiusura, a termine del corrente anno scolastico della struttura. Ciò come conseguenza della decisione, della Curia di Venezia, di vendere all’attigua casa di riposo lo stabile dove ha sede la scuola dell’infanzia.

Tale notizia è stata appresa dai genitori e dal personale docente e non, solo tramite gli organi di stampa, in quanto la parrocchia non ha ritenuto opportuno convocare le famiglie per darne comunicazione preventiva. Di questa eventualità non siamo nemmeno stati avvisati a settembre in fase di iscrizione dei bambini alla materna.

Noi come genitori ci sentiamo traditi ed abbandonati dalle istituzioni cattoliche alle quali abbiamo deciso di affidare l’educazione dei nostri figli, anche con sacrifici economici non irrilevanti in questo momento di crisi economica.

Riteniamo che sarebbe stato quanto meno opportuno convocare un incontro per discutere dell’imminente chiusura e valutare eventuali soluzioni alternative.

I nostri figli si trovano in questo momento senza nessuna alternativa per continuare la crescita educativa accompagnati dalle loro insegnanti.

Non possiamo non essere preoccupati per le possibili implicazioni psicologiche che questo traumatico cambiamento potrà causare sui bambini, che stanno vivendo uno dei periodi più importanti della loro crescita.

Ricordiamo altresì che la chiusura della scuola materna Madonna della Salute contribuirà al depauperamento, in centro a Mestre, delle risorse educative destinate all’educazione dei più piccoli.

Pensiamo che il futuro dei bambini debba essere una delle principali preoccupazioni della nostra società. Dispiace che meri interessi economici siano più importanti della serenità di 60 piccoli.

Come genitori ci aspettiamo che tutte le istituzioni preposte all’istruzione si adoperino per trovare una soluzione volta a mantenere viva la scuola.

Siamo altresì solidali con il corpo docenti ed il personale ausiliario che, a fine giugno, perderà il posto di lavoro. Pensiamo che non sia corretto riservare un tale trattamento ad un gruppo che ha impegnato dedizione e passione nella gestione dell’asilo ponendo sempre al centro del loro agire quotidiano l’educazione e la felicità dei nostri figli.

 

 
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Pubblicato da su 19 luglio 2012 in Notizie & Politica

 

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Uil: «La politica costa 772 euro a contribuente»


I costi della politica ammontano a circa 23,9 miliardi di euro l’anno: una somma che equivale all’11,5% del gettito Irpef (comprese le addizionali locali), pari a 772 euro medi annui per contribuente, e che pesa per l’1,5% sul Pil. È il dato che emerge da un Rapporto Uil in cui si denuncia come i segnali di risparmio di spesa sui cosiddetti ‘costi della politicà siano “ancora molto timidi”.

Per il funzionamento degli organi istituzionali, rileva il sindacato, si spendono 6,4 miliardi di euro; per le consulenze e il funzionamento degli organi delle società partecipate 4,6 miliardi; per altre spese (auto blu, personale di ‘fiducia politicò, ecc.) 5,8 miliardi; per il sovrabbondante sistema istituzionale 7,1 miliardi.

Secondo la Uil i risparmi, se si intervenisse sui costi della politica, ammonterebbero a circa 10,4 miliardi l’anno. In base alle stime del sindacato sono oltre 1,1 milioni le persone che vivono, direttamente o indirettamente, di politica: il 4,9% del totale degli occupati nel nostro Paese.

Un esercito composto da quasi 144 mila persone: di cui 1.067 parlamentari nazionali ed europei, ministri e sottosegretari; 1.356 presidenti, assessori e consiglieri regionali; 3.853 presidenti, assessori e consiglieri provinciali; 137.660 sindaci, assessori e consiglieri comunali. A questi si aggiungono oltre 24 mila consiglieri di amministrazione delle società pubbliche; oltre 44 mila persone negli organi di controllo; 38 mila di supporto degli uffici politici (gabinetti, segreterie ecc.); 390 mila di apparato politico; 456 mila consulenti. Per il funzionamento degli organi dello Stato centrale (Presidenza della Repubblica,

Camera dei Deputati, Senato della Repubblica e Corte Costituzionale, Presidenza del Consiglio, Indirizzo politico dei Ministeri) secondo il Bilancio preventivo dello Stato per il 2012, quest’anno, i costi saranno di oltre 3,1 miliardi di euro (101 euro medi per contribuente), in diminuzione del 2,8% rispetto al 2011.

Per gli organi di Regioni, Province e Comuni (funzionamento Giunte e Consigli) i costi ammontano a 3,3 miliardi di euro (108 euro medi per contribuente).

Fonte. Avvenire.it

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Pubblicato da su 19 luglio 2012 in Notizie & Politica

 

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Cgil: 500 milioni di ore di cassa integrazione nei primi sei mesi dell’anno.


Nei primi sei mesi del 2012 la richiesta di ore di cassa integrazione supera il mezzo miliardo, in deciso aumento sullo stesso periodo dello scorso anno, collocando in cassa a zero ore oltre500 mila lavoratori con un taglio del reddito per oltre 2 miliardi, quasi 4mila euro per ogni singolo lavoratore. È quanto emerge dalle elaborazioni delle rilevazioni Inps da parte dell’Osservatorio Cig del dipartimento Settori produttivi della Cgil nel rapporto di giugno. La meccanica è il settore in cui si riscontra ancora una volta il ricorso più alto a questo strumento: sul totale delle ore registrate da inizio anno, la meccanica pesa per 165.407.469, coinvolgendo 159.046 lavoratori (prendendo come riferimento le posizioni di lavoro a zero ore). Segue il settore del commercio con 76.471.086 ore di cig autorizzate per 73.530 lavoratori coinvolti e l’edilizia con 56.914.826 ore e 54.726 persone.

Ore richieste: oltre il 3% in più rispetto ai primi sei mesi del 2011

Da inizio anno a giugno, il totale di ore di cassa integrazione è stato pari a 523.761.036, con un incremento sui primi sei mesi del 2011 pari a +3,16%, e con un impennata della cassa integrazione ordinaria (+41%). «Segnale inequivocabile – commenta il segretario confederale della Cgil Elena Lattuada – di come il sistema produttivo non si attenda a breve una ripresa produttiva».

Vola la cassa ordinaria sul primo semestre 2011, cala la straordinaria

Con 95.389.166 ore, giugno è il terzo mese con il ricorso più alto alla cassa tra gli ultimi dodici. La cassa integrazione ordinaria (cigo) totalizza un monte ore pari a 30.947.664 per un -10,63% sul mese precedente. Da inizio anno la cigo registra invece 166.635.792 di ore per un deciso +40,77% sul primo semestre del 2011. La richiesta di ore per la cassa integrazione straordinaria (cigs), sempre a giugno, è stata di 37.307.261, in aumento sul mese precedente del +1,04%, mentre il dato dei primi sei mesi del 2012, pari a 185.061.859 ore autorizzate, segna un -16,38% sullo stesso periodo dello scorso anno. Infine la cassa integrazione in deroga (cigd) registra a giugno una flessione sul mese precedente del -20,11% per un totale pari a 27.134.241. Da inizio anno sono state richieste 172.063.385 ore di cigd, in aumento del +2,38% sul periodo gennaio-giugno del 2011.

In calo il ricorso per crisi aziendale e fallimento

Prosegue a giugno la riduzione del numero di aziende che fanno ricorso ai decreti di cigs. Da gennaio sono state 2.886 per un -24,57% sullo stesso periodo del 2011 e riguardano 5.075 unità aziendali (-11,18%). Diminuisce il ricorso per crisi aziendale (1.595 decreti per un -32,21%) ma rappresenta il 55,27% del totale dei decreti, così come frena il ricorso al fallimento (165 domande per un -31,54%). Aumentano le domande di ristrutturazione aziendale (135 per un +14,53%), pari al 4,64% del totale, mentre le domande di riorganizzazione aziendale sono 146, ovvero il 5,06% del totale.

Lombardia prima, seguono Piemonte e Lazio

La Lombardia è la regione che registra il ricorso più alto alla cassa integrazione: sono 120.625.807 le ore registrate da inizio anno, che corrispondono a 115.986 lavoratori (prendendo in considerazione le posizioni di lavoro a zero ore). Segue il Piemonte con 67.100.884 ore di cig autorizzate per 64.520 lavoratori. Terzo il Lazio con 45.736.701 ore che coinvolgono 43.978 lavoratori. Infine per il Mezzogiorno è la Campania la regione dove si segna il maggiore ricorso alla cig con 30.203.130 ore per 29.041 lavoratori.

Fonte: sole24ore.it

 

 
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Pubblicato da su 19 luglio 2012 in Notizie & Politica

 

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