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CASERTA: LA MORTE ATROCE DI ANGELA TRA L’INDIFFERENZA DEI MEDICI.

07 Set

chemioterapia d

Una storia incredibile ed atroce pubblicata su quotidianosanità.it. A scrivere è un cittadino di Caserta affranto per aver cercato fino alla fine assistenza per una malata terminale, sua moglie Angela che amava dal profondo del cuore. Ore interminabili ad aspettare con la moglie che era quasi un cadavere. Abbiamo tentato di riscrivere la storia, ma ci sembrava superflua e fuori luogo ogni parola che non fosse quella del marito. Così vi riproponiamo la lettera per intero, dall’inizio alla fine sperando che questo grido di rabbia e di dolore possa restituire la dignità ai malati di cancro ri dotti come uno straccio sulle barelle nell’indifferenza di medici che pretendono di curare un male senza sopportare il dolore.

Gentile direttore,

sono il marito di Angela, mia moglie di 44 anni è morta a febbraio del 2012 per una grave malattia. Vi scrivo per farvi sapere il degrado delle strutture e la mancanza di umanità del personale medico che il mio Paese offre ai pazienti che hanno bisogno di cure mediche, soprattutto nel caso di assistenza per i malati terminali.

Ci recammo con grosse difficoltà al reparto di oncologia per poter effettuare  il ciclo di chemio che aveva consigliato il nostro oncologo di fiducia, colui il quale per ben otto lunghi anni ci aveva consigliato e assistito sempre con garbo e professionalità e soprattutto con grande umanità.

Quel giorno mi sono trovato davanti un’altra persona, dopo tanti anni ho visto in lui una freddezza e indifferenza che non riconoscevo. Si avvicinò senza neppure salutare, sembrava infastidito da quel corpo che non era più di mia moglie ma era un ammasso di sofferenza. Senza neanche salutarci ci fece aspettare ben quattro ore senza darci neanche una sedia per poterci appoggiare. Cominciai ad urlare… non riuscivo ad accettare che fossimo trattati come dei cani, mia moglie non riusciva a reggersi e lui era tutto preso dalle sue cose.

Lo vedevo andare avanti e indietro per la corsia, senza mai chiedere a mia moglie se aveva bisogno di qualcosa. Si mostrava nervoso anzi, direi quasi infastidito. Il suo sguardo incrociò il mio e non ebbe pietà di quell’ammasso di sofferenza, anzi pareva quasi che mi dicesse di portarmela a casa perché la sua vista provocava imbarazzo ai pazienti che aspettavano e a tutto il personale. Guardate, pareva che dicessero: “Noi non siamo stati capaci di debellare il suo male”. La vista di Angela dava fastidio; cominciai a perdere la pazienza. Vedevo mia moglie disperarsi per la sofferenza e nessuno mi chiedeva se avessi bisogno di aiuto, la mia rabbia dovette impaurire il caro dottore, che dopo una fugace visita, mi prescrisse della morfina per alleviare il dolore e disse che potevo portarmela a casa, la chemio non poteva essere fatta perché si trovava in uno stato terminale. Poche parole e pochi gesti buttati lì con sgarbo per dirmi che il suo compito era finito.

Il mio dolore per come aveva assistita Angela fu ancora più devastante della sua malattia. Il dottore che riceveva i pazienti parlando della bellezza della vita e che quando li dimette li ringrazia per avergli permesso di condividere la loro gioia e il loro dolore. Un dottore che considera una benedizione le scoperte scientifiche, ma che quando cura non si limita alla chemioterapia. Va oltre. Sa che l’anima di ognuno di noi non è scollegata dalle cellule e dunque un tessuto cancerogeno che difficilmente potrà guarire se lo spirito resta malato. Osserva la postura del paziente, lo fa parlare di sé, della sua famiglia, delle sue preoccupazioni per intuire il suo stato d’animo. Mettere il malato nel suo cuore, perché solo a quel punto può cominciare la lotta contro il male. Ecco, questo era il caro dottore che mia moglie Angela considerava.

Tornati a casa, iniziammo così la terapia del dolore, non più quella del nostro caro oncologo, ma quella di una amica di famiglia, anch’essa oncologo, che si prese cura di Angela, come una vera amica, sempre disponibile ed umana.

Ma nonostante l’uso della morfina, i dolori aumentavano di giorno in giorno; quando ci si trova di fronte al dolore non si è mai abbastanza preparati, nonostante un’adeguata formazione ed esperienza. Un approccio errato e un’errata valutazione significa creare ancora più sofferenza.

Ma il vero problema per noi non era il dolore, ma la paura. La paura che tende a spingere sempre più la morte fuori dalle pareti di casa.

I giorni passavano tra atroci sofferenze dopo che il nostro oncologo ci aveva letteralmente cacciati fuori dal suo ospedale e le cose andavano sempre peggio.

Un giorno, dopo una crisi respiratoria, la portammo al pronto soccorso di Caserta dove, dopo una semplice puntura di morfina, molto elegantemente ci invitarono ad andare via perché, purtroppo, non c’era più niente da fare, nonostante le mie insistenze per il ricovero, perché oltre al dolore la vedevo ansimante.
Il dottore di turno mi convinse a portarla a casa poiché mi assicurò che c’era un servizio per ammalati terminali dell’Asl che avrebbe provveduto alle sue esigenze.

Il giorno dopo, nel primo pomeriggio, Angela ebbe di nuovo una crisi ancora più forte. Chiamammo il servizio Asl per malati terminali dove, dopo varie chiamate, risposero che sarebbero arrivati in giornata. Vennero dopo un giorno e mezzo e se non avessimo provveduto privatamente, non avrebbe potuto farcela.
Il giorno dopo ebbe di nuovo una profonda crisi respiratoria. Mi sentivo perduto, non sapevo gestire la situazione, vedevo lei che implorava aiuto e io non potevo fare niente per aiutarla; la riportai di nuovo al pronto soccorso di Caserta, diventò cianotica, vedevo che stava per mollare, per un attimo non la sentivo più neanche respirare.
Aveva smesso di lottare, se ne stava andando, mentre il personale medico e paramedico continuava a inveire con toni aspri per la compilazione del modulo di ricovero.”Oh Mio Dio”, è stato il mio commento, come si può essere così insensibili?

Lo sconforto e la disperazione stavano prendendo il posto della razionalità, dovevo calmarmi per amore di Angela. Dopo una mezz’ora venni chiamato dal personale medico, per chiarimenti in merito alla patologia di mia moglie, e dovetti insistere non poco per il ricovero, perché mancavano posti letto. Fu quindi costretta a stare sulla barella, nelle sue precarie condizioni. Trascorsi al pronto soccorso tutta la notte ad aspettare notizie di mia moglie.

Al mattino, dopo una notte passata su una piccola sedia, vidi il medico che aveva visitato Angela la sera precedente. Mi avvicinai per chiedergli notizie, mi rispose che doveva fare una visita pneumologia e ulteriori esami, non passò troppo tempo infatti  che la intravidi in corsia per fare una rx al torace. Stava in condizioni pietose, poco dopo venni chiamato dal responsabile del reparto e con tono quasi minaccioso mi obbligava a portarmi a casa mia moglie, ma in quelle condizioni non avrebbe neanche avuto il tempo di arrivare a casa.
Ebbi una forte discussione, sapevo che se avessi seguito il suo ordine, avrei portato il suo cadavere. Dovetti minacciare il personale perché  rimanesse un’altra notte, continuavano a ripetermi che non c’erano posti e che tutto quello che si faceva era inutile, perché era in fase terminale: “Portatevela a casa”, mi dicevano, “fatela morire in pace”.

Testardo e cocciuto fino alla fine la lasciai in ospedale, convinto che avrebbero pensato loro a cercare un posto disponibile nella zona. Infatti la mattina seguente Angela fu trasferita in un altro istituto.

Finalmente, pensai, un po’ di serenità, Angela avrebbe avuto quell’assistenza che la nostra azienda ospedaliera le aveva rifiutato. Notai una certa amarezza e vergogna in lei, non voleva parlare. Vedevo lacrime sgorgare dai suoi occhi, pensavo fosse la gioia di un attimo di serenità, mi avvicinai per darle un bacio, meritava tutto l’affetto e l’amore per tutto ciò che stava sopportando. Tra le lacrime mi confidò che aveva bisogno di essere lavata, perché in ospedale l’avevano lasciata sola a se stessa.
Cadde dalla barella, implorando insistentemente aiuto con quel poco di voce che le rimaneva perché non aveva le forze.

L’umiliazione che mia moglie ha dovuto subire, accanto alla sofferenza è stata disumana. Trascorse la notte a terra al freddo, bagnata fradicia, a nulla valse il suo tentativo di battere le mani a terra per farsi sentire, voleva evitare anche la vergogna al suo corpo già tanto martoriato. Evitare che il dolore, per la vergogna, potesse colpire anche il suo spirito.

Per fortuna gli angeli esistono anche tra di noi. Di prima mattina una paziente, incuriosita da quei colpi sul pavimento (batteva le mani, non avendo più voce) l’aiutò ad alzarsi tutta tremante e bagnata, neanche le sue grida riuscirono a svegliare il personale per darle almeno una coperta.

È possibile mi chiedo che in una struttura così grande non ci sia personale di notte e non ci siano coperte? Possibile che a una moribonda le sia negato il diritto di una morte serena? .

Vi chiedo umilmente perdono, per avervi raccontato questa sconvolgente storia, è stato il motivo per buttare fuori questa rabbia”

Lettera firmata da Domenico Vozza
Caserta e pubblicata su quotidianosanità il 31 Agosto 2012

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Pubblicato da su 7 settembre 2012 in Notizie & Politica

 

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