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Archivio mensile:novembre 2012

“Senza lavoro da 4 anni, le mie bimbe chi le sfama?”. Rocco Panetta si è incatenato ed ha percorso a piedi 7 km


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SIDERNO «Ditemelo voi se questo è un uomo! Questa è la nuova Auschwitz, la piaga del nuovo millennio. Mi devono almeno dare un assegno di povertà, come faccio io? Le mie bambine fino a ieri mi hanno chiesto: “papà posso bere il latte?”. E’ da quattro anni che non esco, per paura che mi chiedano anche solo un ghiacciolo. Sono senza soldi, senza lavoro. Non so più come fare». Ieri mattina Rocco Panetta, 49 anni, senza lavoro da quattro, non ha pensato alla pioggia. Ha indossato le sue catene ed è uscito di casa, alle sette. Voleva percorrere quei sette chilometri e mezzo che dividono Marina di Gioiosa da Roccella Jonica a piedi, sotto la pioggia, in catene. Un modo per mandare un messaggio alla politica, alla chiesa, alla società civile. Protesta da giorni, Panetta. Lunedì si è incatenato davanti alla sede del consiglio regionale. Da lì, davanti alla sua postazione, circondata dalle forze dell’ordine, sono passati politici impettiti e incravattati. «Nessuno ha messo una mano in tasca nemmeno per darmi quattro spiccioli per tornare a casa. Solo le forze dell’ordine sono state solidali con me», aveva raccontato. E si aspettava una risposta, che, puntualmente, non è arrivata. Così, come aveva promesso, la protesta è ripartita. «Tutti assenti, tutti in silenzio — dice – non servono a nulla». Ne ha per tutti il signor Rocco. Dopo 3 anni e 8 mesi passati con la bocca cucita ha deciso di parlare, di urlare, per lui e per tutti quelli come lui, per quelli che stanno zitti, traditi dall’orgoglio, dalla vergogna. Ad occhi chiusi, con le palpebre strette e il viso contratto in un’espressione di disprezzo per chi dovrebbe dare risposte e, invece, non ne dà. «A che serve l’assessorato per la famiglia se poi le famiglie le lasciano in mezzo ad una strada?— urla – A che serve la Chiesa, quella che mi ha lasciato solo dandomi solo un pacco di riso?». Così come ha dovuto fare lui, costretto a vendere le fedi, dopo 28 anni di matrimonio, per pagare l’affitto. «La prossima volta — dice – sarò costretto a vendere un rene». Le domande che pone rimangono senza una risposta. Al suo fianco due poliziotti lo sostengono, ascoltano le sue parole, lo invitano a non proseguire.

«E’ pericoloso, pensi ai suoi figli, se succede qualcosa su questa strada rischiano di rimanere senza un padre — gli dicono con calma – E a cosa sarà valso allora il suo sacrificio?». Anche gli uomini in divisa hanno lo sguardo triste. «Faccio più danni da morto che da vivo», gli fa eco lui. Perché la sfida è questa: se non arriveranno risposte andrà oltre, farà di peggio. E si convince a non continuare il suo cammino solo a condizione che questa sua sfida non cada nel vuoto. «Finora ho preso solo gli schizzi dei macchinoni che mi sono passali a fianco lungo questa strada — racconta — perché questi siamo: gente insensibile, gente che spende centinaia di migliaia di euro per matrimoni, battesimi, per i 18 anni; per le ville, i fuochi d’artificio, i marmi costosi. E poi da lunedì si muore di fame o si lasciano morire di fame gli operai sfruttati, senza diritti, senza dignità». Rocco Panetta non chiede molto. Chiede di poter garantire il latte alle sue due bambine, di sei e otto anni. L’uomo ieri non aveva con sé nemmeno i documenti. Perché si è voluto estromettere dalla società, dice, «così come la società ha estromesso me». E’ un fiume in piena, i suoi discorsi non seguono un filo logico, ma sono precisi e le sue parole affilate. Le scaglia contro le istituzioni, contro chiunque avrebbe potuto fare qualcosa e non ha agito, quando ha perso il lavoro di benzinaio, in seguito ad un incidente; e quando in questi anni si è sentito abbandonato e sfruttato da chi lo ha fatto lavorare per pochi euro. «Così mi stanno facendo morire ogni giorno», commenta. E ha deciso di morire lottando, se proprio deve farlo. «Se devo morire a casa allora preferisco morire qui — urla – sulla strada. Almeno muoio in piedi. E poi i miei figli ce li avranno loro sulla coscienza. Non mi hanno lasciato alternative. Per il superfluo i soldi li hanno trovati. E non sono scesi nemmeno per darmi un euro, tutti quei dottori e dottorini». Panetta ha anche tentato di chiedere aiuto ai sindaci. Ha inviato lettere a quasi tutti i Comuni del reggino, senza però ottenere risposta. «Ho solo speso i soldi dei francobolli», dice. Soldi che si è fatto prestare, del resto. E inveisce contro la finta solidarietà, contro gli aiuti telecomandati, che finiscono tutti fuori dalla Calabria, «perché qui non facciamo notizia. Fanno trenta ore per la vita — aggiunge — ma a me non hanno dedicato nemmeno trenta secondi». Panetta attacca anche i sindacati, «i primi, per vent’anni, a prendersi la retta sulla mia busta paga e i primi a scappare quando sono stato licenziato», racconta. «Hanno più diritti gli ergastolani, li facciamo uscire con la laurea. Questi politici — chiosa — dovrebbero essere pagati in base alla percentuale di problemi che risolvono. Non ha senso che prendano tutti questi soldi».(Calabria Ora – 17.11.2012 – S.Mu.)

 
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Pubblicato da su 17 novembre 2012 in Notizie & Politica

 

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Asp Catanzaro: il reparto di pediatria dell’Ospedale di Lamezia Terme unico in Calabria a essersi dotato del dispositivo salvavita di infusione intraossea.


pediatria-corso-01_400L’Unità Operativa Complessa di Pediatria dell’Ospedale “Giovanni Paolo II” di Lamezia Terme, diretta dal dottore Ernesto Saullo, è il primo reparto pediatrico della Calabria che si dota del Dispositivo di infusione intraossea, seguendo così i dettami delle più moderne linee guida internazionali sul trattamento del politrauma, delle emergenze pediatriche, dell’arresto cardiaco e delle sindromi di peri-arresto. Un dispositivo salvavita voluto dal dott. Saullo e reso possibile grazie al Direttore generale dell’Asp Dott. Gerardo Mancuso e al Dott. Guglielmo Curatola, dirigente dell’unità operativa Emergenza sanitaria territoriale dell’Azienda catanzarese, che hanno condiviso e deciso di dotare l’unità operativa di questo importante dispositivo “salvavita”.  Al fine di istruire e aggiornare gli operatori sanitari sulle nuove linee guida relative all’accesso vascolare intraosseo e alla metodologia d’intervento pediatrico, l’unità operativa diretta dal dottore Curatola ha promosso un corso di formazione che si è svolto questa mattina nel reparto di pediatria di Lamezia Terme e al quale hanno partecipato 10 operatori sanitari che saranno preposti all’utilizzo di questo presidio “salvavita”.

L’evento formativo, rivolto a medici e infermieri, è stato dedicato all’approfondimento della particolare metodica di intervento pediatrico, utilizzata per la somministrazione di liquidi quando non è possibile ottenere in tempi brevi un accesso vascolare tradizionale. Una pratica innovativa negli interventi urgenti e fortemente legata alla tecnologia salvavita, di cui hanno parlato in modo dettagliato il direttore Curatola e la dott.ssa Daniela Tropiano, responsabile Formazione Interna unità operativa Est dell’Asp di Catanzaro. Alla fine del corso di formazione è stato consegnato al reparto il kit per l’infusione intraossea.

L’importante miglioramento tecnologico e l’innovazione delle tecniche mediche che in questi due anni ha visto dotarsi l’ospedale di Lamezia Terme – ha affermato il direttore generale dell’Asp Mancuso – hanno sottolineato il nuovo e armonioso cammino intrapreso dall’Asp verso nuove e innovative tappe. La nostra Azienda crescerà nei prossimi 2-3 anni, grazie all’applicazione di nuove tecnologie e idee innovative che si stanno mettendo in campo”.
Le recenti linee guida – ha affermato il dottore Saullo – riconsiderano questo dispositivo, da preferire alla somministrazione di farmaci per via endotracheale ed in tutti i casi in cui non sia possibile infondere farmaci e fluidi attraverso un incannulamento venoso tradizionale. Attraverso la via intraossea è possibile somministrare qualunque tipo di farmaco e fluido, compresi sangue e plasma, ed è possibile eseguire prelievi ematici. La via intraossea rappresenta un’opportunità ulteriore per la somministrazione di farmaci e fluidi. Devo ringraziare il Direttore Generale dottore Mancuso – ha concluso il dottore Saullo – per l’attenzione e la disponibilità che ha sempre dimostrato nei confronti del nostro reparto, ma soprattutto per il grande lavoro che sta portando avanti nell’ottica del risanamento dell’Azienda e nella riorganizzazione dei servizi, azioni che sta compiendo con grande senso di responsabilità e determinazione”.

 
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Pubblicato da su 14 novembre 2012 in Notizie & Politica

 

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Due tonnellate di corrispondenza in casa: denunciato postino.


Incredibile scoperta dei Carabinieri della Stazione di Santa Severina: i militari hanno denunciato in stato di libertà nella giornata di ieri 13 novembre 2012, G.C. 34 anni, portalettere delle Poste in servizio presso l’ufficio postale di Santa Severina perché durante una perquisizione presso il proprio domicilio è stata rinvenuta una quantità abnorme di corrispondenza mai recapitata.Da diverso tempo il Comandante della Stazione, Maresciallo Capo Cefalo, riceveva le lamentele della popolazione che segnalava nel migliore dei casi ritardi inspiegabili nella ricezione della corrispondenza, ma molto più spesso di non vedersi recapitare da mesi alcuna lettera. È iniziata così una fase di analisi del fenomeno, con acquisizione di informazioni e monitoraggio del sistema di smistamento e consegna della corrispondenza. Tutto sembrava essere in regola, dallo smistamento nell’Ufficio zonale di Rocca di Neto fino a quello di Santa Severina ed Altilia: l’attenzione degli investigatori si è catalizzata quindi sull’ultimo anello della catena di smistamento della posta, ovvero il portalettere del paese.

Giovane, nato al nord ma residente a Santa Severina, con qualche piccolo precedente, doveva essere lui presumibilmente il fattore discriminante della questione. I Carabinieri così hanno cominciato ad osservarne gli spostamenti nell’arco della sua giornata lavorativa, attività non particolarmente impegnativa poiché il soggetto, dopo aver prelevato ingenti quantità di posta dall’ufficio di Rocca di Neto, “faceva una tappa” presso la propria casa ove rimaneva per lunghe ore, salvo poi uscirvi senza i plichi postali. Nella giornata di ieri quindi la decisione di effettuare una perquisizione domiciliare alla prime luci dell’alba: alla vista dei militari il portalettere ha subito palesato un nervosismo sintomatico, cercando prima di proibire l’attività di polizia giudiziaria, poi pretendendo la presenza di un legale, garanzia peraltro prevista dal nostro ordinamento legale. Nell’appartamento venivano rinvenuti immediatamente alcuni cestelli brandizzati Poste Italiane, con dentro numerose lettere datate anche da settimane; a quel punto il portalettere ha addotto come scusa una indisposizione di salute che negli ultimi giorni gli avrebbe impedito la regolare consegna delle lettere, credendo di riuscire a cavarsela con il minimo danno.

Tuttavia quando i Carabinieri hanno preteso di perquisire anche il box- cantina, a quel punto il portalettere ha compreso che ormai vi era poco da sperare in quando in detta pertinenza dell’abitazione veniva rinvenuta una quantità indescrivibile di corrispondenza accatastata. A questo punto il soggetto ha ammesso le sue colpe, e ha sperato, invano, che tutto finisse li. Invece il Comandante di Stazione, forte della sua puntuale attività info-operativa, decideva di estendere le operazioni anche presso il garage dell’abitazione materna del soggetto: qui è stato addirittura rinvenuto un carrello da traino stradale stracolmo di posta, oltre ad altri ulteriori scatoloni con dentro la più svariata corrispondenza. Il soggetto, mancando tecnicamente la flagranza di reato, è stato denunciato quindi in stato di libertà per Peculato, Interruzione di pubblico servizio, Violazione, sottrazione e soppressione di corrispondenza commessa da persona addetta al servizio delle Poste e Sostituzione di persona. Tra i vari pacchi ve ne erano diversi con lettere già aperte, per cui alle citate incriminazioni se ne è aggiunta anche quella di rivelazione di contenuto di corrispondenza. La notizia potrebbe a prima vista sembrare curiosa e provocare un sorriso, ma la realtà è ben diversa: il riferimento è al disagio, anche grave delle centinaia di cittadini che hanno avuto problemi nel pagare bollette, cartelle esattoriali, che hanno ricevuto in ritardo o aspettano ancora importanti comunicazioni da parte della Pubblica Amministrazione. Di particolare rilevanza il caso di una signora che aspettava, invano, il referto medico per una grave patologia riscontrata dalle strutture ospedaliere.

Da segnalare che la direzione delle Poste Italiane ha prestato una importante collaborazione per cercare di avere un quadro della situazione che permetta nel giro di pochi giorni lo smistamento di tutta la posta arretrata: alcuni dipendenti infatti in questi giorni affiancheranno in qualità di ausiliari di polizia giudiziaria, i militari per catalogare le migliaia di lettere da restituire agli aventi diritto. Un lavoro proibitivo, se si pensa al peso complessivo di tutta la corrispondenza rinvenuta : più di due tonnellate. L’operazione ha avuto un esito positivo grazie alla collaborazione degli enti pubblici, il Comune nella persona del Sindaco Dott. Scalfaro, la citata direzione delle Poste, e soprattutto dei cittadini, i quali una volta di più sono invitati ad esporre le problematiche, piccole e grandi che possano essere, alla locale Stazione dei Carabinieri : qui troveranno personale pronto ad ascoltare, consigliare ed eventualmente intervenire per la tutela della comunità.

 
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Pubblicato da su 14 novembre 2012 in Notizie & Politica

 

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PENSIERO DI UN MEDICO


 
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Pubblicato da su 12 novembre 2012 in Notizie & Politica

 

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Imu, ecco i rincari per chi affitta: a Venezia +2.330% per quelli concordati.


Aumenti di imposta, rispetto all’Ici, fino al 207% per i contratti liberi (Milano) e al 2.330% per quelli concordati (Venezia). È quanto dovranno aspettarsi i proprietari di immobili locati facendo i conti dell’esborso complessivo della nuova imposta sugli immobili, l’Imu, rispetto alla vecchia, l’Ici. Secondo i calcoli effettuati dall’Ufficio studi della Confedilizia, sarà proprio l’applicazione della maggiore aliquota deliberata dai vari Comuni, rispetto a quella base uniformemente adoperata per la prima rata e pari al 7,6 per mille, ad avere effetti molto pesanti, soprattutto per chi ha affittato con contratti «liberi», per i quali gli aumenti percentuali sono tutti a tre cifre e 13 capoluoghi su 20 hanno scelto l’aliquota massima.

«L’effetto finale — avverte il presidente di Confedilizia, Corrado Sforza Fogliani—sarà che salteranno i contratti calmierati, quelli che erano stati accettati dai proprietari proprio in virtù del trattamento fiscale agevolato che li contraddistingueva. In questo modo i Comuni si ritroveranno con una richiesta di affitti agevolati che si tradurrà in una maggiore spesa». Va ricordato, per completezza, che la maggiorazione dell’esborso dell’imposta da Ici a Imu è determinata oltre che dall’aumento dell’aliquota, dall’incremento del 60% della base imponibile, dovuto alla variazione del moltiplicatore da applicare alla rendita catastale.

Contratti calmierati

Ma vediamo qualche esempio, cominciando dai contratti «calmierati » (3+2) e prendendo come campione un immobile di categoria A/2, cinque vani, in zona semi periferica  Nelle città di Roma, Napoli e Perugia, ad esempio, dove per la seconda rata si applicherà l’aliquota massima del 10,6 per mille, l’aggravio complessivo dell’Imu rispetto all’Ici sarà rispettivamente del 269%, del 143% e del 142%. A Roma, partendo da una rendita catastale di 787,60 euro, se la prima rata è stata di 503 euro, la seconda sarà di 900, per un totale di 1.403 euro. Una bella cifra se si tiene conto che per l’Ici un’abitazione pagava in totale 380 euro. A Napoli, stesso discorso: partendo da una rendita catastale di 800,51 euro e da una prima rata di 511 euro, ci si ritrova a settembre con 915 euro, per un totale di 1.426. A Napoli l’Ici complessiva per un’abitazione di questo tipo valeva 588 euro. Sui contratti concordati è in corso un tentativo di riportare l’aliquota per legge al 3,8 per mille, cioè alla metà di quella base. La proposta è stata avanzata in sede di discussione della legge di Stabilità dai rappresentanti dell’Udc. Ma c’è un’altra richiesta che viene da Confedilizia e cioè quella di ricondurre la quota di canone detraibile ai fini Irpef almeno al 15% rispetto all’attuale 5%. «Si tratta di riconoscere l’esistenza di spese a carico del proprietario, come si fa negli altri Paesi europei» spiega Sforza Fogliani.

Chi paga meno

Ma ci sono anche città in cui la seconda rata costerà di meno: è il caso di Milano, Trieste e Torino, dove l’aliquota scelta dal Comune è inferiore a quella base del 7,6 per mille: per le prime due si colloca al 6,5 per mille, per l’ultima a 5,75. Così, a Milano se per la prima rata per un immobile, sempre in affitto calmierato, con rendita catastale di 877,98 euro si è pagato 560 euro, per la seconda bisognerà sborsarne 399, per un totale di 959 euro rispetto ai 369 dell’Ici (+160%). A Torino, su una rendita catastale di 787,60 euro, si passa da un acconto Imu di 503 a un saldo 258 euro per complessivi 761 rispetto agli 83 dell’Ici (+817%). Vanno segnalate anche le città che manterranno invariata l’aliquota base del 7,6 per mille, come Ancona, Aosta, Bologna, Firenze, Genova e Venezia. In quest’ultima città si passerà da un esborso complessivo di soli 40 euro per l’Ici a un’Imu totale da 972 euro, con una maggiorazione record del 2.330%.

Contratti liberi

Passando ai contratti «liberi» (4+4), le cose peggiorano. Lo studio di Confedilizia individua rincari Imu rispetto all’Ici del 142% a Roma, Torino, Firenze, Genova, Venezia e Bari, tutte città in cui l’aliquota applicata per la seconda rata sarà quella del 10,6 per mille. Ma il record dell’aumento spetta a Milano, dove l’aliquota della seconda rata sarà del 9,6 per mille, così per una casa con rendita di 877,98 euro, da un pagamento Ici di 461 euro complessivi si passerà a un esborso totale per l’Imu di 1.416 euro (+207%).

Subito dopo c’è Aosta con un aggravio del 204%. Segue Bologna dove, partendo da una rendita catastale di 1.020 euro, se la prima rata è stata di 651 euro, la seconda sarà di 1.165, per un totale di 1.816 euro rispetto ai 610 per l’Ici (+198%). A Roma si passerà da 579 per l’Ici a 1.403 per l’Imu, a Napoli da 588 a 1.426.

Nessuna città, tra le più grandi segnalate nello studio, registra aliquote inferiori a quella base per la seconda rata. Ce ne sono però alcune che la lasceranno invariata al 7,6 per mille, come Aosta e L’Aquila dove con una rendita di 632,66 euro si passerà da 465 euro di Ici a 808 di Imu, con una maggiorazione del 74%.

Antonella Baccaro

fonte: corriere.it

 

 
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Pubblicato da su 5 novembre 2012 in Notizie & Politica

 

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Chi ha un mutuo esaurisce subito il plafond di 3mila euro previsto per le detrazioni fiscali. E rende inutile chiedere altri sconti.


Chi accende un mutuo per l’abitazione principale, o l’ha avviato negli ultimi anni, si dimentichi di chiedere al Fisco sconti per l’assicurazione sulla vita, le spese d’istruzione dei figli o quelle per l’affitto dello studente fuori sede, quelle sostenute per lo sport dei bambini o gli assegni per la beneficenza.

Gli interessi passivi del mutuo bastano, e avanzano, a esaurire il plafond da 3mila euro che le nuove regole, applicabili già ai redditi di quest’anno se il Parlamento accetterà il boccone amarod ella retroattività, permettono di portare in detrazione, ottenendo uno sconto massimo da 570 euro all’anno.

A chiedere al Fisco la detrazione per gli interessi passivi pagati sul mutuo sono ogni anno 3,8 milioni di italiani, e nell’85% dei casi vengono colpiti dalle nuove regole perché dichiarano più di 15mila euro. In almeno un milione di casi, a essere prudenti, la detrazione attuale supera il nuovo tetto da 3mila euro: ogni anno vengono erogati in Italia circa 250mila mutui per abitazione principale superiori ai 100mila euro all’anno  una cifra più che sufficiente a sfondare il plafond nei primi 4-5 anni di vita del mutuo.

Che succede in questi casi? Il nuovo tetto da 3mila euro alla spesa detraibile assottiglia di 190 euro all’anno lo sconto rispetto a quello offerto dalle vecchie regole, ma soprattutto impedisce di portare in detrazione le altre spese coinvolte dal tetto, che fra le grandi voci esclude solo quelle sanitarie. Il profilo pubblicato qui sopra fruisce di varie detrazioni proprio per mostrare gli effetti concreti della novità: con le vecchie regole, il contribuente ritratto nell’esempio poteva farsi scontare, oltre agli interessi del mutuo, il 19% le spese per l’assicurazione e quelle per retta e affitto del figlio studente fuori sede. Totale: 1.377,5 euro di Irpef in meno. Nella prossima dichiarazione, secondo la norma scritta nel Ddl di stabilità, solo il mutuo offrirà uno sconto d’imposta (570 euro invece di 760) e basterà da solo a escludere qualsiasi detrazione per le altre voci.

Una condizione del genere può interessare i titolari di mutui per molti anni. Secondo Mutuionline.it, il broker che mette a confronto le offerte delle banche, il mutuo medio si attesta oggi a 130mila euro, e in circa l’80% dei casi dura tra i 20 e i 30 anni. Un contratto ventennale di questo importo, secondo i tassi attuali molto bassi nonostante gli spread chiesti dalle banche, basta a esaurire il nuovo plafond delle detrazioni per 8 anni se a tasso variabile, e per 15 anni se a tasso fisso. Alzando l’importo o allungando la durata, la situazione peggiora. «È un colpo a un mercato già in difficoltà per la crisi – sottolinea Roberto Anedda, vicepresidente di Mutui online –, che stringe ancora su detrazioni ferme da parecchi anni: basta pensare al vecchio limite da 7 milioni di lire, quando il mutuo medio non superava i 100 milioni».

I grafici a fianco mostrano l’aumento di costo fiscale del mutuo, che può arrivare a 4.507 euro nel caso di un contratto da 170mila euro, ma a questa cifra vanno aggiunte tutte le spese che i contribuenti non potranno più detrarre proprio perché gli interessi passivi esauriscono il plafond. Nel caso del profilo mostrato sopra, si tratta di 617 euro in più all’anno.

di Gianni Trovati

fonte: sole24ore.it

 

 
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Pubblicato da su 5 novembre 2012 in Notizie & Politica

 

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Arriva l’inverno- le tariffe migliori per il gas.


L’inverno è arrivato e alcune città hanno già attivato i riscaldamenti. Gli ultimi rincari del gas scattati ad ottobre, però, rischiano di trasformare il tepore casalingo in un salasso nella bolletta. Per evitare brutte sorprese è bene scegliere la tariffa gas e riscaldamento più adatta ai propri consumi, visto che in questo caso, passare al mercato libero aiuta a tagliare la bolletta.

La simulazione di SuperMoney: tre persone a Milano

SuperMoney ha confrontato le tariffe gas sul mercato, ipotizzando che una famiglia di tre persone residente a Milano, che distribuisca i suoi consumi (1400 mq all’anno) in modo uniforme durante la settimana, stia cercando una proposta più vantaggiosa. E’ bene ricordare che il costo della bolletta gasvaria a seconda della regione residenza. Prima di scegliere l’offerta più conveniente è quindi utile effettuare un confronto personalizzato.

Ecco i risultati dalla comparazione.

Edison – Web Gas

A Milano la prima compagnia sul podio è Web Gas di Edison, che prevede un costo annuo di 1.120,4 euro per la bolletta del gas, bloccando per il primo anno il prezzo della componente energia. Chi sottoscrive l’offerta si mette così al riparo da eventuali oscillazioni dei prezzi della materia prima, dovute all’altalena dei mercati. L’attivazione è gratuita e avviene online. Anche la gestione dell’utenza passa da internet: sull’area clienti è possibile monitorare i consumi e consultare l’archivio bollette.

Enel Energia – e-light gas

Seconda classificata Enel Energia con la sua e-light gas, che ha un costo di 1.120,5 euro all’anno. Possono richiedere questa tariffa solo i nuovi clienti, che la attiveranno e la gestiranno interamente online. Anche qui il prezzo della materia prima è bloccato per i primi 12 mesi del contratto, garantendo il risparmio sulla fornitura del gas.

E.ON – Gas Click

Al terzo posto Gas Click di E.ON, con un costo annuo di 1.133,7 euro. Il prezzo della componente energia è bloccata per un anno, l’attivazione e la gestione avvengono online e il pagamento delle bollette può essere effettuato solo tramite domiciliazione bancaria (RID) sul conto corrente.

Di: Veronica Benigno

fonte: il salvagente.it

 
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Pubblicato da su 5 novembre 2012 in Notizie & Politica

 

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Costi politica, affondo della Corte dei Conti: “Degenerazioni devastano la democrazia”.


“La Corte dei conti è chiamata oggi a offrire un contributo straordinario sul fronte delle alterazioni, delle distorsioni e delle degenerazioni che hanno inquinato e devastato molti luoghi della pratica democratica”. Lo afferma il presidente della Corte, Luigi Giampaolino, nel corso della cerimonia al Quirinale per il 150° anniversario dell’istituzione della Corte dei conti, presenti il capo dello Stato Giorgio Napolitano, il presidente del Consiglio Mario Monti e i ministri Anna Maria Cancellieri, Paola Severino, Dino Piero Giarda, Fabrizio Barca, Francesco Profumo, Giulio Terzi, Renato Balduzzi e il sottosegretario Antonio Catricalà. Giampaolino assicura “tutto l’impegno dell’istituto nello sforzo di assicurare correttezza e trasparenza anche sugli organismi ai quali non si estendeva finora la competenza della corte”.

A “chiamare” contro le “degenerazioni” è il decreto legge sui costi della politica 1, che affida alla Corte dei conti il compito di controllare le attività delle Regioni e degli enti locali, utilizzando anche la Guardia di finanza e arrivando a bloccare la spesa pubblica in caso di inadempienze. Decreto al vaglio delle commissioni Affari costituzionali e Bilancio della Camera, dove sono stati presentati oltre 700 emendamenti. Di questi, 12 sono proposte di modifica dei relatori, concordate con le forze di maggioranza, centrate sul rafforzamento dei controlli, sulle sanzioni per consiglieri e amministratori regionali e, appunto, sui maggiori poteri di controllo della Corte dei conti.

“In questi giorni – prosegue il presidente della Corte – si sta scrivendo la storia con norme che accrescono i controlli” della Corte dei conti, in un momento di crisi politica, intesa come attività di servizio”. La magistratura contabile, sottolinea Giampaolino, “assicurare tutto l’impegno dell’istituto per ripristinare correttezza e trasparenza, verso figure a cui non si estendeva in precedenza”.

La Corte, chiarisce Giampaolino, è “organo di garanzia e di controllo per tutti i livelli istituzionali”, con la riforma del titolo V, della Costituzione “i suoi controlli fanno parte del complesso sistema di equilibri che governano in diretta emanazione costituzionale l’attuazione del federalismo” allo scopo di garantire “una più efficiente ed equa allocazione, redistribuzione e gestione della ricchezza comune”.

Tagli ai costi di regioni e giunte, accordo quasi fatto. Intanto, alla Conferenza delle Regioni, presenti i presidenti di Giunte e Consigli, è stato quasi raggiunto l’accordo sul taglio dei costi alla politica: i minori trasferimenti ai gruppi consiliari comporteranno risparmi tra i 35 e i 40 milioni di euro l’anno.

I presidenti delle Regioni, che finora guadagnavano tra i 7 e i 14 mila euro netti, riceveranno tutti 7500 euro, comprensivi di stipendio e indennità varie. I consiglieri regionali guadagneranno circa 6 mila euro netti, anche per loro la cifra sarà comprensiva di tutte le voci.

Per il compenso dei governatori, la Regione di riferimento è l’Umbria, il cui governatore finora guadagnava meno di tutti gli altri. Per i consiglieri, invece, la Regione di riferimento è l’Emilia Romagna. Per il taglio dei trasferimenti ai gruppi consiliari, che perderanno circa il 50% dei loro vecchi introiti, il riferimento è l’Abruzzo, con risparmi previsti, come detto, nell’ordine dei 35-40 mln di euro annui.

La proposta sarà presentata più tardi al Governo nel corso della Conferenza Stato-Regioni. Entro il 30 novembre le Regioni dovranno varare le rispettive leggi regionali applicando la nuova normativa. Si oppongono all’impianto, a quanto si apprende, le Regioni a Statuto speciale che in Stato-Regioni daranno parere negativo al provvedimento.

 
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Pubblicato da su 5 novembre 2012 in Notizie & Politica

 

In due anni 800mila mamme licenziate o spinte a dimissioni.


Gli effetti della crisi colpiscono le mamme in modo sempre più grave, evidenziando, in Italia, un circolo vizioso che lega il basso tasso di occupazione femminile, l’assenza di servizi di cura all’infanzia  le scarne misure di conciliazione tra famiglia e lavoro e la bassa natalità, con una pesante ricaduta sul benessere dei bambini. È quanto emerge dal rapporto “Mamme nella crisi” di Save the Children, presentato oggi a Roma in occasione di una tavola rotonda presso il Senato.

L’occupazione, che nel 2010 si attesta al 50,6% per le donne senza figli – ben al di sotto della media europea pari al 62,1% – scende al 45,6% già al primo figlio, al 35,9% se i figli sono due e al 31,3% nel caso di tre o più figli. Nel solo periodo tra il 2008 e il 2009, ben 800mila mamme hanno dichiarato di essere state licenziate o di aver subito pressioni in tal senso in occasione di una gravidanza.

Le interruzioni del lavoro per costrizione alla nascita di un figlio, che erano il 2% nel 2003, sono quadruplicate nel 2009 diventando l’8,7% del totale delle interruzioni di lavoro. E se l’Italia ha il record sui tassi di inattività, ciò vale soprattutto per le donne, in particolare per la fascia più giovane e in piena età feconda (25-34 anni): inattivo il 35,6% nel 2010 e il 36,4% nel 2011.

Anche quando il lavoro per le donne c’è, secondo il rapporto la sua qualità peggiora: nel 2010 è diminuita l’occupazione qualificata in favore di quella a bassa specializzazione, dalle collaboratrici domestiche alle addette ai call center. L’incremento fatto registrare negli ultimi anni dal lavoro part-time, per quanto riguarda soprattutto le madri lavoratrici, è dovuto quasi esclusivamente all’aumento del part-time involontario, cioè non scelto ma accettato per la mancanza di occasioni di lavoro a tempo pieno, con una percentuale nel 2010 del 45,9% sul totale dell’occupazione a tempo ridotto, quasi il doppio della media UE a 27 (23,8%).

Tra le categorie più vulnerabili di fronte alla crisi ci sono le mamme di origine straniera e le mamme sole, i cui figli sono i più esposti al rischio di povertà con una percentuale del 28,5% contro il 22,8% della media dei minori in Italia. Ma l’orizzonte è scuro anche per le giovani donne che, se sono in possesso del solo diploma, fanno i conti con un tasso di occupazione ben inferiore a quello dei coetanei di sesso maschile: 37,2% contro il 50,8%. Se buona parte poi dell’andamento dell’occupazione giovanile in questi ultimi 3 anni si deve alla crescita della componente atipica e ai lavoratori a tempo determinato, questo è vero soprattutto per le giovani donne, il che determina che il 71,4% delle donne fra 18 e 29 anni vive con i genitori e che si è interrotto il trend di aumento dei tassi di fecondità che si registrava dal 1995.

Alle difficoltà di ingresso per le donne nel mondo del lavoro e di mantenimento dell’occupazione, si sommano poi i problemi legati alla mancanza di servizi. Nel 2009, la spesa per la protezione sociale raggiungeva appena l’1,4% del PIL rispetto a una media UE del 2,3%. In Italia, infatti, solo il 13,5% dei bambini fino a 3 anni viene preso in carico dai servizi, una percentuale lontanissima dall’obiettivo europeo del 33%. Inoltre, il coinvolgimento degli uomini nelle attività di cura parentale lascia decisamente a desiderare: il lavoro familiare impegna le giovani donne 5 ore e 47 minuti al giorno contro 1 ora e 53 minuti dei loro coetanei maschi. Allo stesso tempo, tra i fruitori dei congedi parentali nel 2010 solo il 6,9% sono padri.

 
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Pubblicato da su 5 novembre 2012 in Notizie & Politica

 

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L’81% della tredicesima utilizzata per pagare tasse, bolli, canoni, mutui e rimborsi dei debiti accumulati lungo il corso dell’anno.


Brutte notizie per i lavoratori dipendenti italiani: rispetto al 2011, la tredicesima di quest’anno sarà più leggera. I calcoli, realizzati dall’Ufficio studi della Cgia di Mestre, ci dicono che un operaio specializzato, con un reddito lordo annuo di poco superiore ai 20.600 euro, si troverà con una tredicesima decurtata di 21 euro. Un impiegato, con un imponibile Irpef annuo leggermente superiore ai 25.100 euro, perderà 24 euro. Un capo ufficio, invece, con un reddito lordo annuo di quasi 49.500 euro, percepirà una tredicesima più leggera di 46 euro. È quanto si legge in una nota.

“Quali sono le ragioni di questa decurtazione? Purtroppo – sottolinea il segretario della Cgia di Mestre Giuseppe Bortolussi – quest’anno l’inflazione è cresciuta più del doppio rispetto agli aumenti retributivi medi maturati con i rinnovi contrattuali. Se nei primi nove mesi di quest’anno il costo della vita è cresciuto del 3,1%, l’indice di rivalutazione contrattuale Istat è salito solo dell’ 1,4%. Pertanto, nei primi nove mesi di quest’anno, rispetto allo stesso periodo del 2011, il potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti è diminuito”.

Dall’ufficio studi della Cgia fanno notare che le retribuzioni del 2012 sono state “ritoccate” all’insù, grazie all’applicazione dell’indice di rivalutazione contrattuale Istat che è aumentato del + 1,4%. Dopodiché  il valore delle tredicesime riferite al 2012 è stato deflazionato, utilizzando l’indice generale dei prezzi al consumo delle famiglie di operai e impiegati cresciuto, secondo l’Istat, del + 3,1%. Non essendo ancora disponibile la variazione annua riferita a tutto il 2012, i due indici sopra descritti sono stati calcolati sulla base del confronto ottenuto tra i primi nove mesi del 2012 e lo stesso periodo del 2011.

Da uno studio realizzato dall’ADICO in questi giorni emerge che “il 81% della tredicesima sarà utilizzata per pagare tasse, bolli, canoni, mutui e rimborsi dei debiti accumulati lungo il corso dell’anno (+ 2 rispetto l’anno scorso)”.

“Resta quindi poco per festeggiare”, avverte il presidente dall’ADICO  Carlo Garofolini “dopo un anno durissimo di rincari e aumenti speculativi che hanno falcidiato i redditi delle famiglie costrette a indebitarsi per sopravvivere, con una perdita ulteriore del potere d’acquisto”.

Quello che rimarrà in tasca alle famiglie, vale a dire circa un quinto del monte tredicesime “non servirà a rilanciare i consumi” spiega il presidente dall’ADICO visto che “almeno tre famiglie su quattro taglieranno le spese per l’incerta situazione economica”.

 
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Pubblicato da su 5 novembre 2012 in Notizie & Politica

 

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Da mia sorella Concetta: “Tonino, fai il tuo dovere e pagane le conseguenze”


di pietro Da mia sorella Concetta: “Tonino, fai il tuo dovere e pagane le conseguenze”

(Montenero di Bisaccia 02.11.12)

Oggi è il “giorno dei morti”, e io sono appena arrivato a Montenero per far visita ai miei genitori che riposano al cimitero della Madonna di Bisaccia.

Approfitto di questo momento di pausa e di riflessione per rispondere ad alcune delle molte “perle” di disinformazione diffuse in questi giorni in merito ad un mio presunto e inesistente “ingente patrimonio immobiliare”. In verità, più che di disattenta informazione, trattasi di scientifica opera di killeraggio politico, portata avanti da chi vuole, a tutti i costi e da anni oramai, distruggere il mio nome e tentare di bloccare l’azione politica di Italia dei Valori, partito di cui sono stato il fondatore e sono ancora il Presidente.

Per oggi mi limito ad illustrare le proprietà immobiliari che fanno capo ai miei figli Anna ed Antonio Giuseppe (detto Toto). Il resto nei prossimi giorni.

Sui giornali e nelle televisioni sono stati attribuiti ad Anna ben 8 immobili e a Toto 7. Vale a dire “15 case”, almeno così è stato fatto credere sia in diverse trasmissioni radiotelevisive che da molti giornali. Immobili che, con artefici linguistici e raggiri comunicativi, io avrei acquistato per loro con i soldi dei rimborsi elettorali ricevuti dal partito IDV, e anche di questo gli autori dovranno rispondere davanti alle competenti sedi giudiziarie.

La verità è ben diversa, come da estratto catastale che, qui di seguito, allego e che deve essere letto per intero senza fermarsi alla prima pagina, come fraudolentemente è stato fatto.

Certo, nella prima pagina della visura catastale, si legge che Anna è titolare di 7 fabbricati a Milano e Toto di altri 6. Risulta, inoltre, che entrambi siano intestatari di un ulteriore “fabbricato” a Bergamo (cfr. prima pagina della visura per Anna e della visura per Antonio Giuseppe).

Ma se si ha l’accortezza di “girare” le pagine successive delle singole visure catastali, ci  si può facilmente rendere conto che, in realtà, i miei figli non sono affatto proprietari di “15 case” ma solo di due appartamentini, con annesso unico garage, entrambi siti al quarto piano di un condominio popolare di recente costruzione in zona Bovisa a Milano. Tutte le altre particelle immobiliari, indicate nell’estratto catastale, invece, altro non sono che “aree urbane” dell’intero condominio cedute al Comune di Milano per “servizi pubblici” (marciapiedi, parcheggi pubblici, svincoli e strade di accesso, giardinetti pubblici al servizio di tutta la collettività locale, etc.).

Ebbene sì, ai miei figli, Anna e Toto, ho in effetti donato, con atto notarile del 30 giugno 2008, un appartamento con annesso garage a Milano, immobile che in fase di costruzione e al momento del rogito ho fatto frazionare in due porzioni (fisicamente con un muro di cartongesso e catastalmente come da atto  notarile) in modo che siano loro un domani a decidere se abitarci in due famiglie, oppure in una sola.

Ho pagato tale acquisto con miei proventi personali, frutto del mio lavoro, dei miei risparmi e dei miei investimenti…e, soprattutto, dei tanti risarcimento danni che, in tutti questi anni, ho ricevuto da parte di chi è stato condannato dall’Autorità giudiziaria competente per le continue e ripetute diffamazioni e calunnie commesse ai miei danni, al solo scopo di annientarmi professionalmente, dapprima come magistrato e poi come politico.

Ovviamente, ho pagato l’acquisto dell’appartamento in questione sempre e solo con assegni e/o bonifici bancari provenienti da miei esclusivi conti personali, come da documentazione già controllata e riscontrata una miriade di volte dalle competenti Autorità giudiziarie.

Quanto agli immobili di Bergamo che, dall’estratto catastale pure risultano intestati ad Anna e Toto, anche in questo caso una attenta e non preconcetta lettura  dei documenti catastali permette facilmente di comprendere che non si tratta affatto di due appartamenti, ma di uno solo, peraltro cointestato non solo a loro due ma anche alla loro madre Avv. Susanna Mazzoleni (cioè mia moglie).

E, in effetti, trattasi dell’appartamento che mia moglie si è comprata, a coronamento del suo lavoro trentennale, e che ha voluto, appunto intestare oltre che a se stessa anche ai figli.  Io, quindi, con questo acquisto non “c’azzecco” proprio nulla!

Ribadisco, al riguardo, che “mia moglie  non è mia moglie”, come ingenuamente ho affermato alla giornalista di Report mai immaginando che questa frase sarebbe stata poi così fraudolentemente estrapolata dal contesto per farle assumere un significato diverso da quello che io intendevo dire in dialetto “dipietrese”. Significato che qui voglio specificare in lingua italiana (spero!) per non essere nuovamente travisato:           l’avv. Susanna Mazzoleni è sì mia moglie ma va valutata e rispettata per quello che è, per ciò che vale e per il suo mestiere e non per il semplice fatto che sia mia moglie.

Susanna è una qualificata docente universitaria ed un’affermata professionista legale che lavora da oltre 30 anni (cioè da prima che io la conoscessi). Ha un proprio avviato studio legale e proviene da una benestante famiglia di professionisti bergamaschi (padre anch’egli avvocato e nonno notaio).

Insomma, Susanna Mazzoleni ha di suo e si è fatta da sola: quindi, ben poteva e può permettersi, dopo una vita di lavoro, di comprarsi un appartamento, intestandolo a sé e ai propri figli. Non aveva e non ha certo bisogno di me per attuare i suoi sogni, né me ne ha mai fatto richiesta.

Io e  mia moglie pensavamo finora, e pensiamo tuttora, che utilizzare i nostri risparmi – frutto del nostro lavoro e dopo averci pagato tutte le tasse previste – per costruire un futuro migliore ai nostri figli fosse un comportamento da “buoni genitori”.

Ora ci ritroviamo con Anna e Toto che fanno fatica pure a uscire di casa perché si sentono mortificati per le accuse, gli insulti e le umiliazioni che arrivano sulle loro pagine Facebook, come se fossero dei riciclatori di professione di denaro sporco.

Anche per difendere il loro onore, non intendo arrendermi né indietreggiare e affronterò quest’ altra prova del destino con più determinazione di prima.

Lo devo alla mia famiglia ma anche alle migliaia di militanti di Italia dei Valori che hanno dato e stanno dando l’anima per il partito e che sono anche in queste ore intorno ai banchetti di raccolta delle firme per i 4 referendum contro la Casta e a favore dei diritti dei lavoratori.

Antonio Di Pietro

Allegati:

Elenco delle categorie catastali

Visure catastali Toto Di Pietro

Visure catastali Anna Di Pietro

(il resto delle visure nei prossimi giorni)

 
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Pubblicato da su 4 novembre 2012 in Notizie & Politica

 

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Di Pietro: Ecco perché le case del leader (e famiglia) dell’Idv sono 11 e non 56.


L’equivoco nasce dalla risposta ambigua di Massimo D’Andrea, il consulente (di parte) di Elio Veltri nella causa contro Antonio Di Pietro, all’inviata di Report. Poche visure catastali al costo di una decina di euro permettono di scoprire che la proprietà in Molise ha 45 particelle catastali

Di Pietro, ecco perché le case del leader (e famiglia) dell’Idv sono 11 e non 56

Rai tre, Voloindiretta, ore 23 e 20 del 30 ottobre. Fabio Volo dice ridendo: “A Report hanno scoperto che Di Pietro è proprietario di 56 appartamenti, non comprati con i soldi del partito, comunque insomma … 56 appartamenti. Anche lui come altri politici pare che non ne sappia niente. ….Probabilmente l’ha comprato lui a Scajola l’altro”, segue applauso.

Fabio Volo non ha detto la verità ma la colpa non è sua. Quando Il Corriere della Sera titola: “I rimborsi dell’Idv e le 56 proprietà della famiglia Di Pietro”, le persone comuni sono portate a pensare che si stia parlando di beni singoli, proprietà nel linguaggio comune. Anche Il Corriere non ha colpe: è stato indotto a confondere il concetto di particella di un terreno con quello di ‘proprietà’ dal modo in cui a Report sono state presentate le possidenze del leader dell’Idv. L’equivoco nasce dalla risposta ambigua di Massimo D’Andrea, il consulente (di parte) di Elio Veltri nella causa contro Antonio Di Pietro, all’inviata di Report, che ha portato la brava Sabrina Giannini, a concludere: “togliendo le 9 proprietà della moglie e del figlio Cristiano, le proprietà sono 45, un dato che comprende i terreni, le cantine e i garage”. Il risultato involontario di questo modo di presentare le proprietà di Di Pietro è la trasmissione di Fabio Volo. Le 54 proprietà di Report e le 56 proprietà sul Corriere sono diventate nella testa di milioni di italiani i 56 appartamenti a sua insaputa di Fabio Volo.

Prima di fare paragoni tra la casa al Colosseo di Scajola e le 56 particelle di Di Pietro, sarebbe il caso di fare le visure al catasto. Perché se Antonio Di Pietro ha certamente fatto alcuni errori nella gestione familiare del suo partito, a partire dal modo in cui ha affittato due case della sua società di famiglia, la Antocri, all’Idv, questo non può essere un argomento per farlo passare per un politico che ha comprato decine di case con i fondi del partito. Poche visure catastali al costo di una decina di euro permettono di scoprire che le case intestate ad Antonio Di Pietro e alla sua famiglia (moglie e tre figli) sono dieci e non 56. A queste bisogna aggiungere anche la casa di via Casati della società ’An.To.Cri. per arrivare al massimo a undici appartamenti, più i box e le cantine annesse. Se si esclude la moglie e il primo figlio Cristiano – il patrimonio si riduce a sei immobili: una casa per ciascuno dei due figli minori e tre case per il leader dell’Idv, più quella dell’An.to.cri. Solo sommando le decine di particelle catastali dei terreni di Montenero (in gran parte ereditati dal padre) si arriva alle 45 proprietà, un dato formalmente corretto che però è fuorviante.

Antonio Di Pietro possiede una casa a Bergamo, di 9 vani catastali; una casa a Roma di 8 vani catastali più cantina di 2 metri quadrati; più 56 unità immobiliari a Montenero di Bisaccia, in provincia di Campobasso che però non sono altro che la sua casa di campagna con i 15 ettari di terra circostante. Basta scorrere le particelle degli immobili per scoprire l’equivoco. Al massimo, se vogliamo essere pignoli, possiamo considerare le particelle di terreni e fabbricati di Montenero come due proprietà, essendo due le masserie che la compongono. La ‘campagna’ di Tonino è composta solo catastalmente di 7 fabbricati che però comprendono fienili, stalle, porcilaia e annessi. La parte abitabile, divisa in due masserie, copre una superficie di circa 300 metri quadrati. Una proprietà ragguardevole, in parte ereditata e in parte incrementata con acquisti e ristrutturazioni recenti, ma lontana dai 56 appartamenti dei quali parla Fabio Volo.

Alla moglie Susanna Mazzoleni sono intestate 11 unità immobiliari a Bergamo. Anche in questo caso però siamo di fronte a un terreno a Curno più tre box e tre cantine. Gli appartamenti sono quattro e sono di piccolo taglio. Poi ci sono i tre figli di Antonio Di Pietro. Cristiano ha una casa, un box e un terreno a Montenero di Bisaccia. Mentre i due figli minori, Anna e Toto, non possiedono 15 immobili a Milano ma solo un appartamento a testa. Le restanti particelle catastali sono un box di 56 metri quadrati e le aree urbane dell’intero condominio che risultano intestate ai singoli condomini.

dal Fatto Quotidiano del 3 novembre 2012

viaDi Pietro, ecco perché le case del leader (e famiglia) dell’Idv sono 11 e non 56 – Il Fatto Quotidiano.

 
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Pubblicato da su 4 novembre 2012 in Notizie & Politica

 

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Costi politica: Arriva anagrafe patrimoniale dei consiglieri e assessori Regionali.


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Roma, 3 novembre – Arriva l’anagrafe patrimoniale per i Consiglieri e gli assessori Regionali. Lo prevede il decreto sui tagli ai costi della politica nelle Regioni, approvato dalle commissioni Bilancio e affari costituzionali della Camera, che da lunedì sarà esaminato dall’aula. I dati dell’anagrafe patrimoniale saranno resi pubblici sul sito internet della Regione.

Il decreto stabilisce una serie di tagli e di condizioni che le Regioni devono effettuare o adempiere entro il 23 dicembre, pena il taglio dei trasferimenti dello Stato e degli stipendi di assessori e Consiglieri regionali. Tra le condizioni da adempiere c’è anche quella di avere “disciplinato le modalità di pubblicità e trasparenza dello stato patrimoniale dei titolari di cariche pubbliche elettive e di governo”, che dovrà essere “pubblicato annualmente, all’inizio e alla fine del mandato, sul sito istituzionale dell’ente”.

Questa dichiarazione dovrà contenere “i dati di reddito e di patrimonio con particolare riferimento ai redditi annualmente dichiarati; i beni immobili e mobili registrati posseduti; le partecipazioni in società quotate e non quotate; la consistenza degli investimenti in titoli obbligazionari, titoli di Stato, o in altre utilità finanziarie detenute anche tramite fondi di investimento, SICAV o intestazioni fiduciarie”. , Le singole Regioni dovranno anche stabilire delle “sanzioni amministrative per la mancata o parziale ottemperanza” all’obbligo di dichiarare lo Stato patrimoniale.

 
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Pubblicato da su 3 novembre 2012 in Notizie & Politica

 

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Ponte sullo Stretto: spesi 600mln e ancora non c’è…costerà oltre 8,5 mld.


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Il Ponte sullo stretto di Messina non esiste ed è già costato 600 milioni di euro. Il costo totale previsto per l’opera si aggira però intorno agli 8,5 miliardi di euro. Era il 1981 quando iniziò il progetto e nel 2011 la Commissione europea ha deciso di non inserirlo nelle opere prioritarie per il 2014-2020. Niente fondi comunitari perché l’opera non è “strategica” per l’Unione europea.

In Italia invece il governo di Mario Monti ha rimandato di due anni la decisione, per evitare il “no” al Ponte che sarebbe costato 300 milioni di euro in penali. Soldi che nelle casse dello Stato non ci sono.

Solo tra il 2001 ed il 2006, secondo la Corte dei Conti, per studi preliminari sono stati spesi 200 milioni di euro. Studi che comprendevano la stima dell’impatto “emotivo” del ponte sugli abitanti del luogo o la relazione con i flussi migratori dei cetacei.

I dipendenti della Stretto di Messina Spa lavorano dal oltre 30 anni per un progetto che probabilmente non sarà mai realizzato e sono costati 28,8 milioni in 5 anni.

Tempi e costi per la costruzione del Ponte di circa 4 chilometri, tra parte sospesa e a terra, si dilatano sempre più. E pensare che il Lake Pontchartrain Causeway, negli Stati Uniti, è lungo 38,4 chilometri e fu costruito in 11 anni, tra il 1956 ed il 1969.

Se i costi non sono confrontabili, con i materiali che avevano un prezzo diverso 50 anni fa, i tempi e la lunghezza del ponte sì. Il ponte americano è 10 volte più lungo del progetto del Ponte sullo Stretto, ma quello italiano sta impiegando un tempo che è 3 volte superiore. E non per la costruzione, ma per il solo progetto, dato che il Ponte sullo Stretto non è ancora una realtà.

 
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Pubblicato da su 2 novembre 2012 in Notizie & Politica

 

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Lamezia: Terme di Caronte: “Regione non paga e niente cure per clienti assistiti da sistema sanitario”


Lamezia Terme, 2 novembre – “Le Terme Caronte, per la prima volta nella loro storia, come succede già per le Terme Luigiane, si vedono costrette a chiudere anticipatamente l’accesso alle cure alla Clientela assistita dal S.S.N.. La dolorosa decisione ha origine dall’imposizione da parte della Regione Calabria dei tetti di spesa che di fatto oltre a limitare, almeno sotto l’aspetto teorico, la spesa sanitaria provocano perdita di ulteriori posti di lavoro, mettono in crisi un settore in grado di generare economia indotta e colpiscono la salute dei ceti più deboli che vedono preclusa la possibilità di accedere alle necessarie cure termali. Chi potrà si recherà in altri Centri Termali fuori Calabria, unendo così al danno la beffa in quanto la Regione, dovrà comunque provvedere al saldo delle prestazioni che andranno così a ricadere su altri territori. La nostra Azienda resterà comunque aperta sino al periodo programmato, anche se a ranghi ridotti, per consentire il completamento dei cicli di cura in essere e per dare la possibilità a quei Clienti che vorranno comunque effettuare le terapie assumendosene per intero l’onere economico. Per costoro con senso di responsabilità praticheremo tariffe più vantaggiose”.

Terme di Caronte Spa

 
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Pubblicato da su 2 novembre 2012 in Notizie & Politica

 

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La topo ten delle imposte più odiate nel 2012.


contribuenti.it

1. IVA
2. IMU
3. Aggio esattoriale
4. Accise su benzina, energia elettrica e metano
5. Canone Rai
6. TIA/TARSU
7. Bollo auto
8. Contributi consorzi di bonifica
9. Ticket sanitari
10. Imposte sui redditi/Irap

Questa è la nuova top ten delle imposte più odiate dagli Italiani. Lo studio, effettuato dal Centro Studi e Ricerche Sociologiche “Antonella Di Benedetto” di Krls Network of Business Ethics per conto Contribuenti.it Magazine dell’Associazione Contribuenti Italiani è stato condotto su un campione casuale di cittadini maggiorenni residenti in Italia, intervistati telefonicamente nella prima settimana di ottobre.
Come si evidenzia nella classifica, la tassa più invisa agli Italiani è l’IVA che, con l’aumento delle aliquote dal 21% al 22% e dal 10% all’11%, scala la classifica della top ten di ben 7 posizioni rispetto al 2011.
Al secondo posto si colloca l’IMU che ha inciso considerevolmente nel 2012 nel bilancio familiare.
Al terzo posto si colloca l’aggio esattoriale percepito dagli Agenti della riscossione che, unitamente agli interessi della riscossione, viene considerato anche l’imposta più ingiusta.
Il quarto posto viene occupato dalle accise su benzina, energia elettrica e metano che quest’anno hanno fatto lievitare sensibilmente il costo del carburante fino a farlo diventare il più caro in Europa.
Al quinto posto si piazza il Canone Rai che è risultato anche l’imposta più evasa dagli italiani.

Dal sondaggio è emerso che due cittadini su tre pensano che il Canone Rai sia un “abbonamento annuale” e non una tassa.
In generale le imposte più odiate sono quelle sono indirette, che si pagano senza tener conto del reddito pro capite.
Se, infatti, sembra logico da parte del cittadino partecipare al prelievo fiscale collettivo in maniera progressiva rispetto al reddito percepito durante l’anno, non sembra altrettanto accettabile vedersi tassare ripetutamente in base ai consumi. Tale imposizione colpisce il cittadino senza tener contro della propria capacità contributiva in dispregio al dettato costituzionale.
Infatti, paradossalmente, le imposte indirette incidono maggiormente sulle famiglie più povere anzichè su quelle più benestanti.
In alcuni casi, poi, addirittura si assiste ad una doppia imposizione indiretta come nel caso dell’applicazione dell’IVA sulle accise presente sull’acquisto di carburante o nel consumo di energia elettrica.
Solo 1 cittadino su 5 capisce perchè paga le tasse. 4 cittadini su 5 si considerano sudditi di una amministrazione finanziaria troppo burocratizzata che viola i diritti dei contribuenti.
Ciò che incentiva maggiormente l’evasione fiscale in Italia, che nel 2012 si conferma al primo posto in Europa con il 21% del prodotto interno lordo evaso pari a 340 MLD di euro ed è cresciuta del 15,3% raggiungendo – considerando anche l’evasione derivante dall’economia criminale – la cifra astronomica di 180,9 miliardi di euro all’anno, sono gli sprechi di denaro della pubblica amministrazione, la sua inefficienza, la scarsa qualità dei servizi offerti che unitamente alle violazioni allo statuto dei diritti del contribuente, i mancati rimborsi fiscali, il fisco lunare e l’inefficacia delle esattorie rendono superfluo la gran parte del lavoro fatto nella lotta all’evasione fiscale dalla Guardia di Finanza e dalle Agenzie fiscali. Le esattorie, ogni anno, riscuotono per gli enti impositori, meno del 10% di quanto accertato.
Dallo studio emerge anche che in Italia l’economia sommersa è circa il doppio di quella della Francia e della Germania. Nella speciale classifica delle economie sommerse, l’Italia è seguita dalla Grecia con il 20,8%, Romania con il 19,1%, Bulgaria con il 18,7%, Slovacchia con il 17,2% e Cipro con il 17,1%.
I principali evasori in Italia sono gli industriali (32,7%) seguiti da bancari e assicurativi (32,2%), commercianti (10,8%), artigiani (9,4%), professionisti (7,5%) e lavoratori dipendenti (7,4%).
A livello territoriale l’evasione è diffusa soprattutto nel Nord Ovest (31,4% del totale nazionale), seguito dal Nord Est (27,1%). dal Centro (22,2%) e Sud (19,3%).
Perchè si evade? Dall’indagine condotta per Contribuenti.it Magazine è emerso che il 42% dei contribuenti evade per l’insoddisfazione verso i servizi pubblici erogati dallo stato a fronte dell’alto prelievo fiscale, per il 39% per la complessità delle norme (fisco lunare) ed il mancato rispetto dei diritti dei contribuenti e solo il 19% per la scarsità dei controlli o per mancanza della cultura della legalità.
Inoltre, l’84,7% degli intervistati ritiene che il nostro sistema fiscale favorisce l’evasione. Un cancro che per il 66,7% degli italiani è da estirpare, risposta che raggiunge punte del 70,3% nel Sud e del 69,6% nel Centro.
Per combattere l’evasione fiscale bisogna privilegiare i controlli sostanziali sui grandi contribuenti anzichè quelli formali fatti sui lavoratori dipendenti/ autonomi – afferma Vittorio Carlomagno presidente di Contribuenti.it Associazione Contribuenti Italiani. E’ necessario riformare il fisco italiano e la riscossione dei tributi, istituendo Lo Sportello del Contribuente presso tutti gli organi diretti ed indiretti della pubblica amministrazione, seguendo ciò che avviene nei principali paesi europei. I grandi contribuenti sono diventati maestri nell’evasione fiscale e la stanno esportando anche negli altri paesi europei. Serve una rivoluzione etica che coinvolga l’intero Paese. Solo chi paga regolarmente le tasse deve poter partecipare ai bandi pubblici o ai finanziamenti agevolati”.

 
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Pubblicato da su 2 novembre 2012 in Notizie & Politica

 

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Calabria: Sanità – 4 medici denunciati dai Nas per truffa.


Reggio Calabria, 2 novembre – I Carabinieri del Nas di Reggio Calabria, a conclusione di un’indagine svolta nel settore del contrasto alle truffe alla sanità pubblica, hanno individuato 4 medici di base, convenzionati con il Servizio sanitaria nazionale (Ssn), che percepivano illecitamente emolumenti previsti per la gestione di una “associazione medica mista” di fatto non operante. Tale tipo di associazione permette ai pazienti di usufruire di ambulatori aperti per un periodo di tempo maggiore rispetto al singolo studio medico, evitando così, per i casi meno gravi (‘codici bianchì), di rivolgersi ai pronto soccorsi. Inoltre, i medici di tali strutture hanno compensi maggiorati per ogni singolo assistito. Le indagini svolte dai carabinieri reggini hanno invece dimostrato che l’ambulatorio, con orari di apertura al pubblico dalle ore 8 alle ore 20 dei giorni feriali, nella realtà era spesso chiuso perché i sanitari disattendevano il proprio turno. Nel corso delle investigazioni, i militari hanno inoltre accertato che uno dei medici aveva più volte attestato assenze dall’ambulatorio, dovute ad attività sindacali, dichiarando la copertura del proprio turno da parte del figlio (specializzando in medicina generale), il quale – invece – era anch’egli spesso assente per la frequenza di corsi universitari; insieme ad un suo collega, aveva falsamente dichiarato l’assunzione di collaboratori di segreteria, percependo così illecitamente gli ulteriori incentivi previsti. I quattro sanitari, coinvolti a vario titolo nella vicenda, sono stati denunciati alla Procura della Repubblica di Locri (Reggio Calabria), che ha emesso avvisi di garanzia perché ritenuti responsabili di falsità ideologica e truffa in danno del Servizio sanitario nazionale per un danno causato all’erario, corrispondente agli emolumenti illecitamente percepiti, quantificato in circa 165mila euro.

 
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Pubblicato da su 2 novembre 2012 in Notizie & Politica

 

In foto la villa ai Parioli dove vive il Ministro Elsa Fornero. Il famoso Casale Renzi.


Fornero taglia le pensioni alle forze armate ma vive a scrocco in una lussuosa foresteria dell’Arma.

Tempo fa, forse nell’indifferenza generale, passò la notizia che il ministro Elsa Fornero alla domanda “dove abita, a Roma?” rispose, fuori onda, “nella foresteria della caserma dei carabinieri”.

Se il vostro pensiero corre ad una austera cameretta di una sperduta caserma della capitale, siete fuori strada. In realtà, quella che il ministro chiama riduttivamente una “foresteria della caserma”, è una residenza storica dell’Arma dei carabinieri situata proprio di fronte il Comando Generale della Benemerita, in viale Romania. Solo all’apparenza modesta, Casale Renzi (questo il suo nome) ha interni extralusso ed è immersa in un curatissimo parco nel cuore dei Parioli, con la ricettività di appena 11 camere con 17 posti letto per i pochi privilegiati che vi hanno accesso. Un carabiniere che veste i panni di portiere è incaricato di consegnare le chiavi alla ministra e agli altissimi papaveri dell’Arma che vi alloggiano. Ma non solo.

A quanto si apprende, all’interno di Casale Renzi avrebbero stabile dimora anche Sandro Bondi, ex ministro dei Beni e Attività Culturali del PDL, e un giudice della Corte dei Conti.Così, quello che in gergo dovrebbe essere un “organismo di protezione sociale”, destinato a carabinieri in difficoltà che magari hanno l’esigenza di soggiornare a Roma per assistere un congiunto o per altre finalità assistenziali, è invece rigorosamente off limit per la bassa forza costretta a ripiegare su altre sistemazioni. Sicuramente la ministra alloggiando in una residenza “protetta” (seppur dorata), fa risparmiare allo Stato i costi per una vigilanza H24 di una sistemazione privata, ma forse avrebbe fatto bene a scegliere qualcosa di più sobrio, in linea con la feroce spending review che lei e il governo di cui fa parte stanno applicando al futuro del personale in uniforme.

Inoltre, visto che è “ospite” di una struttura militare, farebbe bene a ricambiare l’ospitalità magari concedendo ai membri del Cocer che da mesi mendicano un incontro con lei che, invece, si ostina a rifiutare, preferendo gli incontri collegiali dove peraltro si limita ad una sterile enunciazione delle azioni del governo, sorda ai bisogni di chi sta per strada a garantire l’ordine pubblico e la sicurezza dei cittadini.

 

 
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Pubblicato da su 1 novembre 2012 in Notizie & Politica

 

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Calabria: E’ Calabrese il nuovo panino Mc Donald’s.


Lamezia Terme, 31 ottobre – I prodotti calabresi approdano nella più grande e famosa catena di fast food. E disponibile infatti da oggi, e fino al prossimo 21 novembre, il nuovo panino “regionale” della catena americana Mc Donald’s. Il panino è “Il Calabrese” ed ha tra i suoi ingredienti l’olio extravergine di oliva IGreco e il salame di Madeo, oltre a filetti di peperone, pane del tipo “ciabatta”, hamburger e salsa choritzo per 589 calorie. Il panino fa parte nei nuovi quattro panini “McItaly” assieme al “Veneto”. Seguiranno poi il già conosciuto “Tirolese” e “Lombardo” dal 21 novembre all’11 dicembre 2012. Un operazione di marketing che punta alle tipicità locali italiane da far conoscere a livello internazionale.

 
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Pubblicato da su 1 novembre 2012 in Relax & Turismo

 

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