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La domenica non si vende, sospesi tra festa e lavoro.


Per sottoporre al Parlamento – perché la discuta e la voti – una legge di iniziativa popolare è necessario raccogliere almeno 50mila firme. Con il loro progetto “Libera la domenica”, Confesercenti e Federstrade – sostenute da tante altre associazioni del mondo cattolico e sindacale – di firme ne hanno ottenute il triplo. Centocinquantamila “no” all’apertura domenicale dei negozi. Centocinquantamila cittadini che hanno messo il loro nome in calce alla richiesta di restituire alle Regioni il potere di regolamentare gli orari degli esercizi commerciali. Di ridare al giorno di festa la dignità che gli compete che non può – e non deve – essere ispirata soltanto dal guadagno e dal consumo. Guadagni e consumi sui cui, peraltro, c’è molto da obiettare visto che i risultati delle aperture sette giorni su sette sono stati a dir poco deludenti. Per alcuni dannosi: tenere la saracinesca alzata senza pause, per tutta la settimana, nuoce gravemente agli affari delle piccole e medie botteghe che vedono lievitare i costi per il personale che lavora nei festivi e le spese energetiche. Chi deve far da sé perché il personale non ce l’ha, è costretto a scontare un sovrappiù di pena rinunciando – se vuole competere con il vicino di vetrina – al riposo e al tempo in famiglia. A santificare la festa in seno agli affetti, a godersi il tempo libero che è anche e soprattutto il tempo del pensiero e dello spirito.

Insomma, comunque la si guardi quel che si guadagna aprendo la domenica in termini economici – sempre ammesso che qualcosa si guadagni… – lo si perde in serenità.
I dati confermano che il Salva Italia ha salvato poco: secondo Confesercenti, nel 2013 hanno chiuso 153mila piccole imprese e 23mila nei primi tre mesi di quest’anno. Guardare avanti non conforta: le previsioni dicono che nel giro di cinque anni ci ritroveremo con 80mila pmi in meno. Si impoverisce chi è costretto a chiudere i battenti ma si impoveriscono anche i centri cittadini, dove la desertificazione commerciale avanza. Le piazze dove si trascorrono i pomeriggi festivi sono ormai quelle – posticce – dei grandi centri commerciali. Dove la gente circola anche se ha le tasche vuote. Perché i soldi continuano a scarseggiare: se nel 2012 le famiglie avevano abbattuto la spesa per 40 miliardi euro, quest’anno saranno costrette a tirare ancora la cinghia rinunciando a spenderne altri 13mila. La vendita al dettaglio lo scorso anno è scesa del 25%, e si attesta già a -6% nel primo scorcio del 2013.
L’unica ad avvantaggiarsi della liberalizzazione è stata la grande distribuzione. I dipendenti ce l’hanno scritto nel contratto che la domenica è considerata giorno lavorativo. E neppure tanto ben pagato.

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Pubblicato da su 22 maggio 2013 in Notizie & Politica

 

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